Postato da Quad il 12 giugno 2010 Categoria: attualità
Sembra quasi brutto non scrivere due righe sulla Legge Bavaglio. La bella ed efficace copertina di Repubblica racchiude in sé un messaggio importante, ma ne trascura un altro, forse ancora più fondamentale.
Contrarissimo al divieto di pubblicare gli atti delle inchieste, penso che la parte più deleteria di questa legge sia quella relativa alle intercettazioni.
Come scrive Sara, “I media in questi giorni stanno dedicando molto spazio alle questioni legate alla giustizia (la cui effettiva gravità o leggerezza mi pare difficile però da capire per le persone normali)” e da giornalista non posso considerarmi una “persona normale” al 100%.
Il problema secondo me maggiore è l’incidenza non tanto sugli eclatanti casi di mafia o di coinvolgimenti politici, ma sui casi quotidiani, di piccola e invisibile criminalità. Niente microspie, quasi nessuna intercettazione per reati minori. Eppure sfogliando la cronaca si dovrebbe capire quanto questi sistemi d’indagine siano radicati e fondamentali.
Parlo per esperienza: non solo articoli di giornale ma comunicati vergati direttamente dalle forze dell’ordine (tutte, Carabinieri, Polizia, Finanza) che ricordano sempre, puntualmente, l’importante contributo dato dalle intercettazioni, sin da quando giravano le prime voci sulla loro sopressione. Si tratta sempre di indagini lunghe. Gli arresti più frequenti sono sempre frutto di un anno, a volte anche due anni, di indagini. Per fare un esempio, la data più frequente di inizio indagini per gli arresti di maggio 2010 era “settembre 2008″, un anno e mezzo di indagini: nulla a che vedere con i 75 giorni di intercettazioni consentite dalla nuova legge. Indagini così lunghe per poter scoprire e sgominare non il singolo reato ma le reti di criminali, magari non considerabili “criminalità organizzata” ma pur sempre con ganci a vari livelli, dal pusher di quartiere che compra la merce a Porta Palazzo, al venditore di droga che la compra da qualche spagnolo, al trafficante che la importa dalla Spagna. Dal ragazzino che ruba il motorino, all’altro che gli cambia la targa, all’altro che lo porta dall’altra parte della nazione per farne sparire le tracce. Sempre, quando si parla di criminalità, si sottintende una rete criminale. Ecco, la prima conseguenza dell’uso limitato delle intercettazioni sarà proprio questa: dimenticatevi i consueti lanci giornalistici tipo “sgominata banda” o “arrestato gruppo di criminali” in tg e giornali. Se continuerete a sentirli, sappiate che potrebbero non essere del tutto veri.
Postato da Quad il 8 giugno 2010 Categoria: internet
* Away From Keyboard
Siccome sono uno che di blog guarda giusto i suoi amichetti e qualche imperdibile “must”, mi accorgo con un anno di ritardo che il noto blogger Paul the Wine Guy non è più nel mondo dei più (nel mondo dei blogger, intendo. Lui, se ho capito giusto, è vivo e vegeto).
Un bel giorno si è svegliato e ha cancellato tutto. <Paul era divertente e, se non lo confondo con altri, era pervaso da un umorismo squisitamente nerd. Aveva un bel blog e di questo ne sono piuttosto sicuro perché ho ritrovato l’url in una cartella tra i preferiti di Firefox.
Stasera mi sono imbattuto in un’intervista che ha rilasciato a Gilioli e non ho potuto che concordare sul tema della riservatezza.
Adoro la mia riservatezza, prevalentemente perchè non mi piace che il vicino di casa sappia esattamente cosa ne penso. O il mio datore di lavoro. O il panettiere. Ho aperto un blog per noia e frustrazione: il mio barbiere non deve per forza sapere gli affari miei mentre mi pettina come un deficiente. Preferisco tenere il mio anonimato.
Perché quel titolo? Per tante ragioni, ad esempio perché i miei più cari amici sanno del blog e quando si ricordano lo frequentano pure. Perché la vita afk e davanti allo schermo è sempre più integrata e inscindibile, grazie a Facebook e alla posta, ma questo spazio – anche se aperto a tutti – lo considero più privato dei social network.
Postato da Quad il 5 giugno 2010 Categoria: internet
Fino a poco tempo fa, l’opera di Antoine de Saint-Exupéry risultava essere uno dei più letti dal popolo anobiano italiano (tanto quanto le altre nazioni).
Ora è misteriosamente sparito. Al suo posto, “Ël cit prinsi”, edizione piemontese di una misconosciuta “Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella”. Come potete vedere dall’immagine, 1497 recensioni, nelle librerie di ben 12 vicini e 3 amici. Sapendo che l’amica Desde è torinese, da lei potrei anche capirlo, ma da Nicce e Virgh che di piemontese hanno ben poco?
Non abbiamo bisogno di attendere la loro conferma per capire che qualcuno, furbescamente, ha sostituito la versione Fabbri Editore con un libro totalmente diverso da quello che quei 1497 recensori hanno letto (se non nel contenuto, almeno nella lingua!).
Come da titolo, fortunatamente troll e bimbiminkia non sembrano affollare le pagine di Anobii, ma se il trend dovesse cambiare? Se le pagine dei nostri libri venissero prese d’assalto come le pagine di Wikipedia? Addio Eden, probabilmente.
Postato da Quad il 4 giugno 2010 Categoria: telefilm
L’assistente alla regia agli attori: Questa è la puntata di chiusura, quindi non ci sono più storie sospese, ok? Nessuno è più “basito”. Chiaro? Nessuno è più “basito”, nessuno è “sorpreso”. Ognuno di voi ha capito tutto. Nei primi piani fate sì con la testa, ché avete capito e state sereni.
Postato da Quad il 29 maggio 2010 Categoria: libri
“Uomini che odiano le donne”, Stieg Larsson: 3/5. Un giornalista in un periodo nero viene chiamato da Henrik Vanger, magnate svedese, per risolvere un mistero vecchio di anni. Sua nipote, Harriet Vanger, era sparita anni fa e il patriarca è sicuro che a ucciderla sia stato un membro della stessa famiglia Vanger.
Fossi stato in Larsson, avrei iniziato il libro da pagina 300. Calcolando poi che, proprio verso pagina 300, forse anche un po’ prima, ho capito chi si nascondeva dietro agli omicidi e quale era stato il destino di Harriet Vanger, non posso che dare al libro tre stelle striminzite, anche a causa di altri difetti: la sottotramma Wennerström occupa troppo spazio; il percorso investigativo che porta Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist a scoprire chi è l’autore degli strani assassinii è costellato da botte di culo (in pratica, non si fa nient’altro che guardare fotografie). Più interessante è invece quel che succede dopo aver scoperto l’identità dell’assassino (e non sto a fare spoiler), peccato che poi il libro continui inutilmente per altre 100 pagine.
“Capitani oltraggiosi”, Joe R. Lansdale: 3/5. Hap e Leonard in trasferta in Messico si trovano coinvolti in una storia di mafia messicana, di vecchi lupi di mare che sembrano Santiago de Il vecchio e il mare e belle donne latine.
La squadra di amici questa volta è al completo: Charlie, Hanson, il mitico Jim Bob, Brett. I personaggi nuovi sono tutti deliziosi, eppure manca qualcosa. Questo Messico non convince, questo cattivo nemmeno.
Tornate in Texas, Hap & Leo, che il Messico non vi si addice e porta solo guai.
Niente spoiler ma vi avverto: perderemo uno dei miei personaggi preferiti. Peccato.
“Una storia semplice”, Leonardo Sciascia: 5/5. Poliziotti e preti, e malavita organizzata. Una storia semplice. Anzi, più che semplice, quotidiana.
“Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia: 5/5. Questo romanzo breve di Sciascia, forse il suo lavoro più celebre e apprezzato, è del 1960. La Mafia non esisteva, secondo lo Stato. Sono passati 50 anni eppure molte cose non sembrano cambiate. Dalla censura alla politica, al quieto vivere preferito alla giustizia. Sono passati 50 anni e le cose, per certi versi, sembrano addirittura peggiorate.
Dalla nota finale: “In Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio. Gli Stati Uniti d’America possono avere, nella narrativa e nei films, generali imbecilli, giudici corrotti e poliziotti farabuti. Anche l’Inghilterra, la Francia (almeno fino ad oggi), la Svezia e così via. L’Italia non ne ha mai avuti, non ne ha, non ne avrà mai. Così è.”
Dall’appendice al libro: “Ho scritto questo racconto nell’estate del 1960. Allora il Governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava. La seduta alla Camera dei Deputati rappresentata in queste pagine, è sostanzialmente, nella risposta del Governo ad una interrogazione sull’ordine pubblico in Sicilia, vera.”
“Salam, maman”, Hamid Ziarati: 4/5. Arrivo a “Salam, maman” dopo “Il meccanico delle rose” e non posso che notare le differenze di stile fra l’opera prima di Ziarati e il suo secondo romanzo. In “Salam, maman” il freno a mano è tirato, sia nella narrazione che nello stile. La forma sembra passata in lavatrice per essere depurata da ogni fronzolo stilistico superfluo. Questo non avviene nel secondo libro, forse per maggiore libertà data all’autore o per meno interferenze di editor, agenti, correttori di bozze e altro. Lasciamoli liberi, dunque, ‘sti scrittori. Lasciamoli sfogare.
Allo stesso tempo, potrebbe benissimo essere il contrario: che Ziarati sia stato spinto ad arricchire stile e narrazione perché “così c’è qualcosa che non va”. In sostanza, “Salam, maman” merita una stella in meno: “Il meccanico delle rose” è tale e quale al primo, ma con l’aggiunta dei colpi di scena e con più personalità.
“Attenti al gorilla”, Sandrone Dazieri: 4/5. A parte qualche racconto, di Sandrone Dazieri ho letto innanzitutto le prime due pagine de “La bellezza è un malinteso”.
Le ho trovate perfette, nello stile, nelle descrizioni, nella tensione e nelle aspettative che Dazieri ha saputo mettere in 40 righe.
Da lì, ho vinto la mia ritrosia nei suoi confronti e ho preso “Attenti al gorilla”. Lo ammetto, non mi fidavo. Non mi fidavo della doppia personalità, che reputavo una trovata senza senso, ma soprattutto non mi fidavo di un personaggio che si chiama come l’autore, Sandrone Dazieri.
Non avete idea di quanto sia stato difficile da superare questo ostacolo. Poi mi sono convinto e ho letto il primo libro.
La poesia, la perfezione stilistica di quelle due pagine de “La bellezza è un malinteso” non le ho più trovate. Ho trovato al loro posto una voce asciutta e diretta, capace di tenerti incollato alla lettura e in grado di motivare alla perfezione la doppia personalità del protagonista. Ho trovato un protagonista che si fa amare con il passare delle pagine e un alter-alter ego (il Socio) che si fa amare allo stesso modo, pur restando sempre nell’ombra.
A parte l’atipico protagonista, una storia tutto sommato tradizionale: l’omicidio di una ragazza di famiglia alto-borghese e un punkabbestia innocente ma schiacciato dalle prove contro di lui. Sandrone (sia lo scrittore che il protagonista) si muoverà nei suoi ambienti e contatterà qualche vecchio amico per scoprire cosa si nasconde. Il finale è un po’ contorto ma la risoluzione dell’enigma è tutto sommato sensata.
Insomma, per farla breve, a me questo Gorilla è piaciuto.
“Torino esoterica”, Renzo Rossotti: 2/5. Vorrei (e potrei) dargli tre stelle ma opto per due, anche perché altrimenti la libreria sarebbe una sfilza infinita di tre-quattro stelle.
Questa “Torino Esoterica” delude per moltissimi motivi. Innanzitutto l’introduzione, quasi a voler mettere le mani avanti e a dire: “beh, ragazzi, esoterica si fa per dire. Dipende sempre cosa intendi per esoterica”. Insomma, un’introduzione che smentisce e giustifica il titolo.
Poi, i contenuti: un altro motivo per dare due stelle è la poca originalità degli argomenti trattati. L’impressione è che buona parte del libro non sia “originale” ma sia la riproposizione di alcuni capitoli presenti in vecchi tomi dello stesso autore. Alcuni capitoli paiono articoli di giornale copiati e aggiornati nelle forme verbali.
Infine pare che da metà libro in poi il libro manchi di una revisione esterna. Qualche periodo illeggibile, qualche punteggiatura a caso, qualche errore di battituta lasciato lì.
L’impressione dopo la lettura è che, alla fine della fiera, Torino non sia poi così esoterica come la si dipinge. Una città, a dispetto di quel che si crede, piuttosto normale.
Postato da Quad il 27 maggio 2010 Categoria: attualità
Che fosse un programma del cavolo lo si può capire dalla posizione in classifica del libro di Marco Galli. Tutto Esaurito, che mio malgrado ascolto tutte le mattine andando in ufficio, oggi ha toccato il fondo. Marco Galli e quell’emerito imbecille di Pizza, questa mattina alle 8:20, hanno rivelato in diretta radio il finale di Lost. Per fortuna dei telespettatori, quel che hanno detto non è totalmente vero, o totalmente rilevante.
Tranquillizzatevi, dunque, cari amici che dovete ancora vedere l’ultima puntata. Per sicurezza, però, datevi una mossa. E spegnete la radio, non solo tv, computer e giornali. :)
Postato da Quad il 13 maggio 2010 Categoria: libri
Ne parlavo proprio ieri con alcuni miei amici e scopro che il problema sembra essere sentito da più parti nella rete. Anche se nei vari casi riscontrati i sintomi sono diversi, tutti condividono la stessa conclusione: i libri in Italia costano troppo. QUI Roberto Recchioni accusa l’Einaudi di far pagare troppo il nuovo libro di Elmore Leonard. Condivido, ma faccio una piccola obiezione di poco conto. Benché l’aspetto sia quello di un libro di edizione economica, rimane la prima edizione italiana del libro e i 18 euro non mi sembrano esagerati. In quanto novità, anche si di qualità insufficiente, ci può stare. Non mi fa impazzire ma ci può stare. Se proprio non vuoi spenderli aspetti l’edizione economica.
Io per l’edizione economica di Gomorra ho aspettato 4 anni (qui ci sarebbe da aprire un altro lungo discorso ma per ora basta dire che quattro anni a prezzo pieno sono un furto ben più grande di quello di Leonard).
Gli Stile Libero Einaudi, così come le Strade Blu Mondadori e molte -moltissime- altre collane, per la qualità di rilegatura e per quel che ti danno, costano troppo. Vogliamo parlare di uno dei successi degli ultimi anni? Uomini che odiano le donne, Marsilio, mole immane di pagine, 21 euro. Sì, peccato che la copertina sia spessa come una normale pagina e la qualità sia piuttosto bassa. Nel caso abbiate la possibilità di sfogliare un catalogo di cartonati (tipo Euroclub o Club per Voi) scoprirete che ve lo potete portare a casa a 9-10 euro con una vera copertina rigida e rilegatura a filo. Vogliamo parlare dei Sellerio a 13 euro che si smontano prima della fine della lettura? Vabbè, stendiamo un velo pietoso e passiamo oltre, perché per ora si è parlato solo di libri relativamente nuovi. E, come detto prima, il prezzo alto ci può stare proprio perché “novità”.
Sui libri vecchi l’amico TFM aveva scritto questo post, che a mio parere mostra un lato ancora peggiore perché va a colpire soprattutto i lettori forti (che di soldi alle librerie ne lasciano già molti).
A riguardo, possiamo ragionare un attimo sui prezzi e fare qualche controllo incrociato. Prendiamo ad esempio quattro libri: un italiano, un francese, uno spagnolo e un inglese. Confrontiamoli nei quattro mercati di riferimento, ovviamente basandoci sul prezzo di copertina e non sugli sconti. I titoli li ho scelti a caso, mischiando nuovi e vecchi, e scegliendo sempre la versione più economica.
Carlos Luis Zafon – L’ombra del vento: Fr: 7,60, Es: 10,95, It: 13, Uk: 9.1.
Agatha Christie – Dieci piccoli indiani: Fr: 4.94, Es: 7, It: 8, Uk 8 .
Umberto Eco – Il nome della rosa: Fr: 6.61, Es: 9.95, It: 10, Uk: 10,27 (e l’hardcover a una sterlina in più).
Fred Vargas: Fr: 7.22, Es: 9.95, It: 12.50, Uk: 9.13.
Quanti libri leggete al mese? Quattro? Otto? Ecco, il totale per l’Italia è impietoso. Guardate quanto spendereste per i quattro libri sopra riportati. Fr: 26.37, Es: 37.85, It: 43.5, Uk: 36.5. Questo, francamente, lo trovo ingiusto. Perché non fare una bella tavola rotonda a riguardo al Salone del Libro che inizia oggi a Torino?
Postato da Quad il 12 maggio 2010 Categoria: fumetti
Qualche commento sparso su alcuni fumetti Marvel letti nei mesi scorsi. La lista purtroppo è incompleta: devo trovare la forza di volontà di segnarmi perlomeno i titoli di quel che leggo. Tra qualche giorno arrivano anche quelli di aprile-maggio. Poi, se la voglia mi sostiene, anche i Bonelli. Di quelli, come sempre, cercherò di essere un po’ più discorsivo.
Secret Invasion: Amazing Spider-Man #1-4 (2009)
Inzomma. 100 pagine che potevano essere raccontate in 25. E la storia è su Jackpot, non sull’uomo ragno.
Books of Doom #1-6 (2006)
La storia di Doom, dalla sua nascita all’ascesa al trono di Latveria.
Adam: Legend of the Blue Marvel #1-5 (2006)
Blue Marvel era il supereroe più forte degli anni 60, ma aveva un problema: era nero. Una bella storia di discriminazione e di riflessioni sulle diversità.
Utopia (Dark Avengers, Uncanny X-Men)
Dark Reign: Elektra #1-5 (2009)
C’è la possibilità che Wolverine abbia frequentato l’Elektra skrull. Storia non male, con Elektra che torna a scorrazzare per il mondo.
Dark Reign: Fantastic Four #1-5 (2009)
Mi piacciono le storie in cui la brillante mente di Reed Richards viene messa in evidenza.
Clifton Pollard scavò la fossa di John Fitzgerald Kennedy. Andò a lavorare di domenica per farlo. Sai perché lo so? Jimmy Breslin fu l’unico in America che pensò di parlargli. E poi scrisse uno dei miei articoli giornalistici preferiti di sempre.
Postato da Quad il 9 maggio 2010 Categoria: fumetti
A dispetto di quel che ho letto in giro, Torino Comics 2010 è stata la peggior fiera fumettistica che abbia mai frequentato, seconda solo alla Torino Comics di due anni fa (o erano tre?), quando gli stand erano messi nell’area sauna e c’erano le liane, le piante tropicali e un’umidità del 95%.
Quest’anno, a parte il clima respirabile, abbiamo davvero toccato il fondo. Mettiamo in un angolino gli ospiti, ché uno può essere il più grande fan di Scott McCloud o di Ryo Kanai e dirà che quest’anno la fiera era una figata. Parliamo di quel che resta: pochissime iniziative, conferenze, incontri; pochissimo spazio; pochi espositori, sempre le stesse persone; sempre i soliti quattro fan di Star Wars; sempre i soliti otto uomini fumetto.
Un biglietto intero a 9 euro è una rapina. Ovviamente non li ho sborsati ma ho fatto fruttare il tesserino, anche se poi di giornalistico, lì dentro, non ho fatto nulla. Ero partito con le migliori intenzioni per fare un servizio televisivo di colore sulla gente che frequenta la fiera, ma la delusione tra le file degli espositori è stata così alta che me ne sono andato e non ho girato nulla. Questa, un paio d’anni fa, quando il nome era accostato alla Fiera del Libro (e anche prima, quando correva da sola), sembrava essere destinata a diventare la più grande fiera fumettistica d’Italia. Ora, senza fare calcoli, penso abbia perso almeno 4-5 posizioni.
Postato da Quad il 7 maggio 2010 Categoria: giornalismi
Qualcuno forse lo saprà già. Non sono più giornalista. Lo sono in quanto il tesserino è ancora nel portafogli e continuo a collaborare con testate di vario genere, però ora è tutto cambiato. Non faccio più il giornalista dalla mattina alla sera, ma ho un lavoro che con il giornalismo e la comunicazione non c’entra nulla.
Cazzo, non l’avrei mai detto. Arrivi ad un certo punto e pensi che da lì in poi non potrai che migliorare, che andare su. Vai dove vanno i giornalisti che contano, senza doverti sorbire l’ennesima sagra paesana. Vai a vedere le partite che contano, senza doverti consumare gli occhi in un torneo di Giovanissimi Fascia B. Vai in mezzo ai big, tra Mediaset e Rai, e ventimila tv e ventimila corrispondenti dei più noti giornali italiani e stranieri e dici “cazzo, finalmente ci sono”. Ti butti in mezzo a loro con deferenza, loro ti salutano cordialmente e tu contraccambi in modo educato. “Cazzo, si ricordano di me” pensi. Di fianco a te hai Mario Calabresi. Lo guardi. Guardi il badge che porta al collo, “eh, ce l’ho uguale – pensi – che figo”.
Arrivi fino a un certo punto e poi…
E poi basta.
Poi ti accorgi di avere quasi 27 anni e di guadagnare troppo poco per la tua età. Pensi al futuro, pensi alla tua meravigliosa ragazza e vorresti poter vivere normalmente, non dico senza problemi ma almeno con qualche soldo in tasca utile a mettere uno dopo l’altro i mattoni di casa. Ma a fare il giornalista, questi pensieri non li puoi fare. Io, che alla soglia dei 27 anni prendevo un terzo dell’amico Sundance Kid bancario, mi consideravo (e mi considero) un giornalista fortunato perché mi alzavo al mattino, andavo a fare il giornalista e a fine mese ricevevo lo stipendo (misero, ma pur sempre stipendio) per averlo fatto “di mestiere”. Questo traguardo sono pochi a poterlo raggiungere. Molti, scoraggiati, si fermano alle collaborazioni a basso costo. Un po’ perché capiscono quanti pochi soldi ci siano in giro, un po’ perché non trovano di meglio. Altri riescono a raggiungere gli alti livelli agognati ma lo fanno, causa forza maggiore, solo per un breve periodo (che tradotto in italiano significa: “contratto a tempo determinato, entri gratis a La Stampa ed esci dopo tre mesi” o “entri in tv locale, presenti tg e trasmissioni di approfondimento e dopo sei mesi alzi i tacchi e te ne vai”).
“Ma tu vuoi ancora farlo il giornalista?” mi chiedono. “Non lo so”, rispondo. Non lo so. Sto attraversando una crisi mistica e osservo il mondo cambiare sotto i miei occhi. Osservo la nascita di nuovi media e nuove tendenze che neanche pensavo potessero esistere, mentre il giornalismo rimane sempre quello del vecchio stampo, recalcitrante, diffidente verso le nuove tecnologie, ottuso anche quando tenta la via dell’innovazione. Non lo so. Per il momento faccio altro, vado a pescare e mi siedo sulla riva del fiume.
Diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Cota quel che è di Cota. Nonostante i magheggi politici e le spinte del Popolo delle Libertà, Roberto Cota ha mantenuto la promessa elettorale e ha diminuito gli assessori regionali. Le nomine non sono delle migliori, ma anche al giro precedente, con la Bresso, c’erano delle facce piuttosto terrificanti. Non c’è bisogno di dirvi quali. Alcune sono ancora lì in giro.
Poi, vabbè, ci sarebbe da criticare la scelta – come Bresso – di far dimettere i consiglieri diventati assessori, ma ormai s’è capito che è una prassi da entrambe le parti, per consentire a più persone di occupare le poltrone del potere.
Postato da Quad il 19 aprile 2010 Categoria: inutilità
Scopro questa sera da qualche tg nazionale (credo Studio Aperto) e da internet che Francesca Cipriani, ex concorrente del Grande Fratello di qualche anno fa, si è tuffata nella fontana di Trevi per “protestare” contro la sua esclusione dal reality La pupa e il secchione.
Sull’argomento ci sarebbero molte cose da dire. Tipo che pare strano che le telecamere del tg più amato dai burini fossero lì pronte a immortalare la scena. Come se su “Oggi nel Lazio” dell’Ansa ci fosse scritto: Ore 11: Francesca Cipriani fa il bagno nella fontana di Trevi.
Lei vorrebbe essere pupa perché, dice, è pupa dentro e fuori. Pupa dentro lo è davvero (ad intelligenza, intendo). Ricordo infatti qualche scenetta con lei protagonista a Mai Dire Grande Fratello. Per l’aspetto esteriore bisogna però spendere qualche parola in più. Anzi, farò di meglio… Manderò un messaggio a Francesca Cipriani stessa, perché è da anni che questo equivoco prosegue senza sosta.
Francesca,
ciao. Sono Quad e ti scrivo da Torino. Mi ricordo di te. Mi ricordo delle tue performance nella casa del Grande Fratello e per quanto ho visto posso dire che sì, hai la testa da Pupa. Saresti, cerebralmente, una perfetta pupa. Però c’è un malinteso che ti segue da quando eri nella casa. Tu, erroneamente, credi di essere una gnocca da paura. Mi dispiace dirtelo ma purtroppo non lo sei. Sei carina, lo ammetto. Sei fisicamente gradevole, ma non sei adeguatamente gnocca per poterti considerare una bella soubrette. Non sei adeguatamente figa da poter conquistare il cuore e i pantaloni degli italiani. Mi dispiace ma è così. Chiediti perché a La pupa e il secchione non ti hanno chiamata. “Perché sono troppo intelligente?” penserai. No, dai. Non scherzare. Te lo dico io. Perché non sei abbastanza gnocca. Fattene una ragione. Per gli standard televisivi, sei poco più che una racchia.
E ti dirò di più. Rifarti le tette non è servito a nulla. Cessa eri, e cessa rimani.
Diffondete il verbo, signori e signore. E se la incontrate per strada, diteglielo: cessa eri, e cessa rimani.