Vega – Samos

Posted by Quad on 15th, 2007

9 agosto
percorso: 48.35 km
tempo: 3:27:24
media: 13.9 km/h
massima: 62.5 km/h

Sveglia presto e colazione in paese, per poi farsi i 5 chilometri che ci separano dalle pendici del Cebreiro. Si sale già leggermente ma gli alberi ci coprono leggermente e la strada è accompagnata da confortevoli arbusti che riparano dall’eventuale sole (per ora è ancora mattino presto e il sole non si vede).
Fino a Herrerias tutto tranquillo, poi inizia l’ascesa: 9 chilometri a picco verso l’alto, una salita infinita senza ripari e con pochissime ombre, un panorama mozzafiato che ci lascia di sasso. Ieri sera uno spagnolo a un brianzolo diceva: “a piedi ok, ma in bici se non hai un buon passo… O’ Cebreiro sarà un muro.”
E in effetti è un muro. Marcia leggera fin da subito e inizia la scalata: mi scolo il succo di frutta che non siamo ancora arrivati a La Faba. Matteo ovviamente è già sparito dietro la curva mentre io e Marco andiamo su assieme. A 2 km dalla vetta mi fermo a rifiatare alla fontana di Laguna e Marco continua. Qualche foto al panorama e poi finalmente in vetta. Due ore di scalata quasi in verticale. Sudore, fatica e gambe doloranti; spasmi, addirittura un leggero giramento di testa per l’altitudine e poi finalmente arrivo.
In cima facciamo una breve sosta, qualche altra foto, quattro chiacchere e un saliscendi fino all’Alto de Pojo. Poi un’infinita discesa lunghissima e poco pericolosa fino a Triacastela. Velocità massima toccata: 62 km/h.
Ovviamente a Triacastela è tutto pieno! Mi sembra ovvio! Dopo esserci fatti il culo, l’albergue è pieno di gente che l’O Cebreiro se l’è fatto in taxi o in pullman, o facendoselo a piedi, ma lasciando il fastidioso fardello dello zaino sui taxi che porta i bagagli direttamente all’albergue.
Siamo nell’albergue del Monastero di Samos, posto bellissimo, e arriva da noi Rasta-france, il ragazzo che ieri ci provava con la bionda di Vega.
Oggi gli abbiamo detto le peggio cose mentre facevamo la salita perché l’abbiamo visto sul taxi. In realtà, almeno per quanto riguarda lui, non ha preferito “la strada comoda” per pigrizia ma perché ha rotto la bici: mi chiama e mi chiede aiuto perché ha rotto qualcosa che centra coi cambi, ma le mie competenze ciclistiche non sono sufficienti per aiutarlo. Tra l’altro, anch’io oggi ho avuto qualche problemino ma niente di grave, ho rotto un raggio della ruota posteriore ma fortunatamente la bici non ha avuto conseguenze.
Io e Marco ci sentiamo un po’ in colpa per aver detto d’ogni sorta al Rasta-France e alla categoria Rasta.
L’ostello (il monastero) è accogliente e spazioso. Un’enorme camerata ospita una cinquantina – forse più – di ciclisti e camminatori. Oggi ci sentiamo stranamente vicini a Santiago e siamo felici. Non siamo ancora arrivati e di chilometri ce ne sono ancora molti, ma i due ostacoli più pericolosi sono superati: la croce di ferro e l’O Cebreiro sono alle nostre spalle.
Da ricordare:
Faccio per aprire la scatola di tonno che dovrebbe essere la mia cena e… scopro che non ha la linguetta. Il coltellino svizzero di Marco è attaccato alla bici (quindi irraggiungibile fino a domattina perché le bici sono nel chiostro del monastero), Matteo è in chiesa e la mia ancora di salvezza è il mio vicino di letto che mi offre il suo coltellino. Gentilissimo ragazzo.
Marco, che sta andando a cena al vicino bar, si ferma ad aiutarmi ad aprire la scatoletta infernale. La riempiamo di buchi e dopo aver nominato tutti i santi e aver bucherellato tutta la scatoletta, e riuscendo solo a:
a) ungere tutto il marciapiede
b) ungere tutto il coltellino
c) ungere tutto ME STESSO come un lottatore di sumo
d) tagliarmi il dito col coltellino così affilato che manco Crocodile Dundee ne ha uno simile…
e) assaggiare un pizzico di tonno
f) scoprire che è buonissimo
decido che il tonno non fa per me, almeno non stasera. Vado al più vicino cestino dell’immondizia, lo butto e seguo il Basty al ristorante. Formaggio, marmellata, calamari e maccheroni… al tonno.

Diario di Matteo

L’inferno
“Hoje es el die” penso svegliandomi questa mattina.
È una frase che un gregario di Armstrong aveva detto durante un Tour prima di una tappa alpina in cui il suo capitano avrebbe attaccato.
Calza bene anche per noi, con l’unica differenza che noi non dovremo attaccare, ma cercare di difenderci: El Cebreiro “la Montagna”, Alto de San Roque, Alto de Pojo… un’altimetria da far tremare i polsi.
Dopo pochi chilometri di salita leggera iniziamo il Cebreiro; è una salita terribile, in 6 km si passa da 600 a 1200 m (10% di pendenza media, con tratti anche al 18-20); a me sembra la Maddalena, ma non c’è un attimo di respiro: è un muro continuo che intossica le gambe stanche di acido lattico.
Lascio subito Fabio e Marco e affronto la mia scalata; come sempre in salita ognuno per se e con il proprio passo (è più facile).
Cerco di pedalare leggero, ma le marce non bastano mai; oggi non riesco neanche a svagarmi con il paesaggio, penso solo a quando sarà finita.
In breve raggiungo e supero tutti i ciclisti partiti da Vega (credo che Fabio stia iniziando ad odiare le mie velleità agonistiche, ma non può capirmi) e dopo tre quarti d’ora raggiungo la vetta.
È stato terribilmente duro, però arrivare in cima con le proprie forze regala un senso di soddisfazione che i pellegrini che salgono in taxi (tanti) non potranno vantare.
Mentre aspetto gli altri visito il paese e la chiesa e faccio una seconda colazione.
Poi dopo 33 minuti arriva Marco e dopo 45 Fabio; ci facciamo timbrare la credenziale con l’enorme sello locale e ripartiamo; breve discesa e di nuovo salita: Alto de San Roque 1338 m.
Proseguiamo fino a Hospital de Obierzo, un piccolo paesino in cui le mucche pascolano tranquille per le strade ricoperte di sterco e proprio qui mangiamo un panino per pranzo.
Un’ora dopo siamo di nuovo in sella ed è di nuovo salita con l’Alto de Pojo (1400m) e poi finalmente discesa: 15 km a 60 all’ora fino a Triacastela, meta di giornata.
Con sconforto scopriamo che l’albergue alle 14.30 è già pieno e allora dobbiamo continuare fino a Samos (altri 10 km) dove con un po’ di fortuna troviamo ospitalità nel locale monastero.

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