8 agosto 2006
percorso: 79.77 km
tempo: 5:01:51
media: 15.8 km/h
massima: 61.3 km/h

Diario di Fabio

La notte fila via in fretta e ci alziamo con i pellegrini a piedi. Ha fatto piuttosto freddo e al momento della sveglia ho atteso un quarto d’ora per svegliare Matte. Dopo una colazione al bar qui vicino, abbiamo iniziato la scalata alla Cruz de Hierro e Matteo, ovviamente, appena un tizio tenta di superarci si mette al suo inseguimento e non lo vediamo più. Appena sparisce dietro a una curva, io e Marco ci accorgiamo che siamo senz’acqua, quindi torniamo indietro a bomba, prendiamo l’acqua e risaliamo del nostro passo. Gli allenamenti a Valgioie sono serviti perché come salita non sembra per nulla impegnativa.
Incontriamo parecchi ciclisti e a metà salita incontriamo un’altra fontana. Raggiungiamo Foncebadon e ci facciamo un sello e un giro nella chiesa. Qui scopriamo che la pietra che bisogna portare con sé dai piedi del monte fino alla Cruz de Hierro deve essere grossa come i nostri peccati. Noi abbiamo preso pietroline forse un po’ troppo piccole.
Riprendiamo la salita e finalmente (dopo un’ora di scalata) raggiungiamo la Cruz de Hierro. Matteo dice che ci aspetta lì da un’ora ma è impossibile.
Facciamo le rituali foto sotto la croce e poi ci spariamo le discese (che dopo Monjardin sono pericolosissime con pendenze a volte anche al 26%).
I freni sono così chiamati in causa che sento odore di bruciato. A fine discesa c’è un monumento a un ciclista tedesco morto e, dopo qualche centinaio di metri, un’ambulanza va su per l’unica strada presente. Un altro ciclista che ha voluto emulare il tedesco ed ha tirato dritto ad una curva? Ovviamente si spera di no, ma le curve ora le facciamo con maggior prudenza.
Dopo Ponferrada la strada si rifà piana per poi riprendere a salire poco prima di Villafranca. In giornata avevamo pensato di accorciare la tappa e di spostare la meta da Vega a Villafranca. Peccato che qui sia tutto pieno… così siamo costretti a farci una lunga strada fatta di saliscendi (16 km) fino a Vega de Valcarce. Il posto non è malaccio, ci fanno dormire per terra ma le albergatrici sono due vere gnocche. Noi tre alle 10 siamo già a letto.
Tedeschi e spagnoli fanno sempre festa fino a tardi (ovviamente è gente a piedi, che farà anche fatica… ma data la forza che ha a fare baldoria, forse neanche poi così tanto). L’albergatrice bionda non si vede più: s’è imbucata con un rasta (che ci sta un po’ sulle balle perché è chiaramente un gasatone).
Quando sarò presidente del mondo, abolirò tutti i rasta.

Diario di Matteo
la Croce di Ferro

Giornata campale per il nostro Cammino: oggi ci tocca la mitica Croce di Ferro!!
La mattina, come al solito è fredda, però non ci mettiamo molto a scaldarci, infatti, è subito salita.
La tradizione vuole che, partendo da Rabanal, si debba prendere una pietra da portare in cima alla salita (scopriremo solo dopo che la pietra deve rappresentare i nostri peccati); noi facciamo le foto con dei massi pesantissimi e poi prendiamo dei sassi leggeri…
Io stacco subito Fabio e Marco e provo a divertirmi riprendendo quelli che sono partiti prima di noi.
Riesco a pedalare bene, la strada sale, ma consente di andare abbastanza veloce.
Mi sento un po’ in gara e stacco tutti quelli che incontro; passo Foncebadon, un piccolo paesino in rovina, e non mi fermo, ormai devo raggiungere la vetta..
Il paesaggio è coinvolgente: profumati cespugli viola, pini nani e colline verdeggianti tutto intorno; sembra quasi di sentire meno la fatica.
Arrivo in cima dopo 32 minuti dalla partenza e mi ritrovo davanti la Croce di Ferro: è solo un palo di legno sormontato da una croce e circondato da mucchi di pietre, però non riuscirei a pensare a nulla di diverso per rappresentare Dio in questo luogo.
Lascio la pietra presa a Rabanal e un pensiero scritto che nascondo tra le rocce, e aspetto che arrivino gli altri.
Fa freddo, siamo a 1500 m di altezza e soffia un vento molto forte.
Devo aspettare 43 minuti prima di vedere arrivare Fabio e Marco; foto scontate e discesa a rotta di collo per 15 km, fino a Molina Seca.
Da qui fino alla fine della tappa (fermandoci per il pranzo a Ponferrada) è tutto un saliscendi molto duro.
Dobbiamo scalare collina dopo collina; io odio questo tipo di percorso, mi rende nervoso e per giunta oggi fa caldissimo.
Arriviamo all’ostello verso le cinque, c’è posto da dormire solo per terra, ma non importa.
Doccia fredda ghiacciata (Fabio e Marco invece trovano la leva per l’acqua calda…), bucato e cena veloce prima di andare a letto…