Ventennio #8 – L’Orsa

14 agosto 2009

Mia madre mi aveva iscritto alla piscina vicino a casa e io, questa volta, fui molto felice di andarci. Sapevo già che mi sarei divertito, ma soprattutto sapevo già che avrei incontrato alcuni miei futuri buoni amici e quella che sarebbe diventata la mia prima cotta.
Nel “vecchio” 1990, Elisa Spada l’avevo conquistata al chiaro di luna. Avevo sette anni e già riuscivo a conquistare le donne al chiaro di luna. Non fu una vera e propria fidanzata, perché dopo il primo e unico schifosissimo bacio ci eravamo subito lasciati. Per noi bimbetti di prima elementare, non sembrava così bello baciarsi sulla bocca.
Avevamo appena finito la prima lezione di nuoto e ricordo che le dissi: “Elisa, guarda lassù” e le indicai il grande carro. “Quella costellazione si chiama Orsa Maggiore”.
Lei mi chiese se sapevo come si chiamavano le singole stelle e rammento come se fosse ieri che, per non far figuracce, avevo risposto sì e le avevo inventato sette nomi senza senso. Poi, indicando quella più luminosa, le avevo detto con occhi da cerbiatto innamorato: “Ma quella più luminosa, se vuoi, la potremo chiamare Elisa”.
“È questo l’amore per te?” mi chiese.
Io le risposi “Sì”. E lei mi diede un bacio. Avevamo sette anni.

Nel mio secondo 1990, le cose non andarono esattamente così.
Ci ritrovammo nello stesso identico posto. Lei era vestita nello stesso identico modo. Io no, ma non importa.
“Elisa, guarda lassù” e le indicai il grande carro. “Quella costellazione si chiama Orsa Maggiore”.
Lei sorrise. “E le singole stelle hanno un nome?”
Anni di astronomia dilettantistica fecero sì che questa volta i nomi li dicessi giusti: “Alioth, Dubhe, Alkaid, Mizar, Merak, Phecda”.
“Wow” rispose lei. Poi io ricalcai la vecchia frase ad effetto che aveva già conquistato una volta la bambina: “Ma quella più luminosa, se vuoi, la potremo chiamare Elisa”.
“È questo l’amore per te?”
Non riuscii a resistere e citai uno dei miei film preferiti: “Moltiplicalo all’infinito, portalo negli abissi dell’eternità e vedrai appena uno spiraglio di ciò che parlo.”
Elisa rimase a bocca aperta, poi, inaspettatamente mi rispose: “Stefano, mi hai appena citato Vi presento Joe Black…”
Era il 1990. Avevamo sette anni. E Joe Black ancora non esisteva.

Ventennio #7 – tredici febbraio

9 agosto 2009

Dai diari di Stefano.

“Quanto costano le tue caramelle?” chiese mia madre.
“Un euro” risponsi istintivamente. Le goleador gusto cocacola le prendo ora come a 25 anni.
Il tabaccaio e mia madre mi osservarono e io mi accorsi di aver detto la parola euro, più di dieci anni prima che entrasse in vigore.
“Che?” chiese mia madre. Eravamo nel 1990 e di Euro non se ne era mai parlato. Qualcuno sapeva cosa fosse l’Ecu, ma nessuno credeva veramente che avrebbe potuto divenire realtà. Andare in Grecia e pagare con la stessa moneta di casa tua? Naah, impossibile. Alcuni temevano ancora un’invasione della Russia nonostante la caduta del muro di Berlino di pochi mesi prima. La Germania sembrava molto più lontana di quel che invece è.
Ogni tanto qualcuno mi guardava come se fossi un mostro. Probabilmente non riuscivo a tenere le corazze alzate per tutto il tempo e per brevi tratti fuoriusciva il venticinquenne che era in me. Una delle persone che sicuramente aveva intravisto qualcosa era la maestra di italiano. All’inizio del ’90 i genitori furono convocati per l’incontro con i maestri e la Parisi, anziana maestra di geografia, storia e italiano, disse a mia madre che a volte sembrava che io sapessi cose che non avrei dovuto sapere. L’area del quadrato, la metrica delle poesie, l’autore del Passero solitario, dove si trovava la città di Krasnojarsk. No, un bambino non poteva sapere determinate cose. Non prima che gliele avessero spiegate.
La vita, per il resto, procedeva con alti e bassi, con una noia infinita ma con tante interessanti letture pomeridiane. Fino al giorno in cui la mia seconda vita iniziò ad avere un senso.
Il 13 febbraio 1990. Un martedì.
La mia prima lezione di nuoto.

Ventennio #6 – Pegasus

3 agosto 2009

Il racconto “Ventennio” continua con la sesta parte.

Un mese fa, al nostro primo giorno di scuola, Oscar Macchiavelli mi ha guardato storto, esattamente come successe nella mia precedente vita. Per sei mesi Oscar rimase in classe con noi, poi lo spedirono in una scuola privata e per i restanti cinque anni delle elementari non lo vedemmo più. Però quei sei mesi erano stati terribili. Io ero il piccolo e magro ragazzino, lui era il grande e grosso bullo di periferia. Quello sguardo quando avevo varcato la porta dell’aula significava solo una cosa: “sei la mia preda”. Ecco, lo sguardo si era riproposto senza variazioni di sorta anche in questa seconda vita. Forse un sopracciglio leggermente più alto.
Intorno ai diciott’anni, seppi che Oscar era diventato un tossicodipendente che andava a rubare nelle case delle vecchie del paese, ma quello era un problema a cui avrei potuto metterci una pezza più in là nel tempo. Ora avevo altro a cui pensare. Dovevo difendere la mia merendina. Il mio saccottino al cioccolato ricoperto dal nylon della Mulino Bianco.
C’è però una differenza sostanziale tra questa vita e l’altra: innanzitutto ora so che quando ti picchi da bambino, i pugni non fanno male (non tanto quanto quelli che ci si tira da adulti); e, seconda cosa, ma non meno importante, e che io so cose che lui ancora non sa, tipo che se ti tiro un pugno lì in mezzo, proprio dove le gambe s’attaccano alla pancia… beh… fa male, molto male. Ma noi a quest’età qui mica lo sappiamo. A malapena sappiamo fare la pipì senza l’ausilio dei genitori, tutto il resto è ancora da scoprire.
Il secondo giorno di scuola andò secondo copione, esattamente come nella mia prima vita. Come in un classico film per teenager, Oscar venne vicino al mio banco e mi chiese il pizzo: la merendina in cambio di “protezione”. Mi alzai in piedi. Oscar era almeno dieci centimetri più alto di me. Prima che potesse aprire bocca, il mio destro si infilò tra le gambe del mio avversario e iniziò a trivellare come le talpe meccaniche che fanno i tunnel per la metropolitana che per almeno dieci anni Torino non vedrà. Zac! La mia mano si strinse in una morsa d’acciaio e il massiccio Oscar s’incurvò fino a diventare più basso di me.
Non era finita. No. Dovevo vendicarmi di tutte le merendine che quel grandissimo pallone gonfiato si era mangiato a spese della mia paura, anche se era successo in una vita precedente. Ora che era più basso di me, mollai la presa e con il palmo della mano sinistra gli tirai uno schiaffone sulla guancia. In un primo istante avevo pensato a un pugno, ma non volevo fargli troppo male. Sono troppo buono, persino quando sono in una rissa.
Lo schiaffone fece più danni del previsto: Oscar barcollò, poi crollò sul mio banco, ma l’impatto con la mia mano era stato così forte che l’energumeno dalle guanciotte rosse scivolò su tutta la superficie del tavolo fino al limite opposto, cadendo rovinosamente col culo per terra.
Metà della classe rise per la figura da peracottaro che si era fatto il bullo alle prime armi, con una brillante carriera da teppista distrutta dal mingherlino sottoscritto; l’altra metà della classe rimase in silenzio, alcuni addirittura con la bocca aperta. Tutti ad osservare la mia forza bruta che era stata in grado di stendere un tipo più grosso e più alto di me in pochi secondi.
Capii che il mio atteggiamento da Karate Kid era troppo adulto e ci misi una pezza. Alzai un braccio al cielo e gridai “FULMINE DI PEGASUSSSS!” Riacquistai la mia fanciullezza.
Anche la metà della classe che era rimasta seria si mise a ridere. In soli due giorni, ero diventato il mito della classe. E pensare che la mia intenzione era di tenere un basso profilo.

Ventennio #5 – Anatomia di una classe, parte I

30 luglio 2009

1 ottobre 1989

Ho da qualche settimana iniziato la scuola e le cose, fortunatamente, vanno meglio del previsto. Ormai riesco a mascherare piuttosto bene la mia vera età, addirittura facendo più bizze di quante ne facevo la prima volta che avevo sei anni.
La classe è esattamente come me la ricordavo. C’è Paolo Bergamasco, quello che per tutto il periodo delle elementari è stato il mio migliore amico (per poi diventare mio acerrimo rivale alle medie), c’è Gianni Sperandio, famoso per mangiarsi cartucce di inchiostro facendosi diventare tutti i denti blu, e c’è pure quella bellissima Lara Sergi, la mia prima fidanzatina di quarta elementare.
In un angolo della classe c’è il gruppo dei “tre timidoni”. Uno dei tre, nella realtà da cui provengo, è diventato superesperto di fisica quantistica. Fra una ventina d’anni potrebbe essermi utile per capire cosa diavolo mi è successo. Conviene tenerselo amico.
Dopo i timidoni, c’è il gruppo dei “calciatorini”. Tutti iscritti al club calcistico del paese, tutti destinati a una pessima carriera dilettantistica abortita con gli juniores. Uno solo, Carlo Fischer (origine tedesca, piedi buoni e colpo di testa micidiale) avrebbe avuto la stoffa per diventare qualcuno, ma un brutto infortunio lo ha rovinato a 18 anni. Se mi ricorderò, quando sarà ora cercherò di dargli una seconda chance e proverò a cambiargli la vita. Potrei fargli evitare l’infortunio, con un po’ d’impegno. Chissà, potrebbe servire un calciatore di serie A fra gli amici.
Tutti i “calciatorini” e tutti i “timidoni” sbavano dietro al gruppo delle “ballerine”, di cui Lara Sergi non fa parte. Iscritte al corso di danza classica della scuola, in prima elementare in effetti sono tutte magroline e graziose e delicate. Col senno di poi, ringrazio il Signore che Marisa Iotti abbia rifiutato, nella mia precedente vita, la mia proposta di metterci insieme. Le avevo scritto una dichiarazione d’amore su carta velina, ma lei non gradì e me la restituì barrando la casella “No” alla domanda “Ti metteresti con me?”, e barrando la casella “No” anche alla domanda “Ti sono simpatico?”.
Nel corso degli anni (già nell’anno della prima media era un caso disperato) la sua boria era così grande che faceva fatica ad essere contenuta nel suo culone da ginnasta illusa.
Oh, Marisa Iotti, quanto te la tiri, solo perché hai sei anni e sei l’unica ad avere le tette.
A fissare le tette di Marisa c’era anche Oscar Macchiavelli, quello che per un breve lasso di tempo fu il mio peggior incubo.

continua…

Ventennio #riassunto e buone vacanze

29 luglio 2009

Carissimi amici,
quando leggerete questo post io sarò in partenza per la Sardegna, bellissima isola che ospiterà le mie stanche membra fino al 19 agosto.
Siccome non vorrei lasciare queste pagine vuote fino ad allora, ho pensato di fare dei post a orologeria che si attiveranno il 30 luglio, il 3 agosto, il 9 agosto e il 14 agosto.
I post saranno nuove brevi pagine di diario di quel che lo scorso anno venne battezzato “Ventennio”, un racconto con sondaggi che però morì alla quarta puntata per scarsa voglia del sottoscritto.
Ecco, le puntate precedenti sono brevi e consultabili tutte a quest’indirizzo.
Ma nel caso non abbiate voglia di rileggervi tutta la storia, farò un breve riassuntone.

Anno 2008. Un tizio di nome Stefano, 25 anni, si sveglia misteriosamente nel corpo di un bambino di 4 anni. No, nessuno scambio di persona alla “Da grande” o alla “Big” ma un vero e proprio viaggio indietro nel tempo. Stefano è tornato incomprensibilmente al 1987 e il suo corpo ha biologicamente 4 anni. Pur mantenendo tutti i ricordi del suo futuro, Stefano si ritrova a vivere per una seconda volta la sua vita. Non sa perché è tornato indietro, ma sa che cambiare il suo nuovo presente potrebbe modificare irrimediabilmente il suo futuro.
Vi ricorda un po’ troppo Terminator? Life on Mars? Lost? Può darsi. Sappiate che ad ispirarmi non furono questi telefilm ma un incubo fatto tempo fa.
L’idea è carina ma -siccome a scriverla ci sono io- la storia è sviluppata un po’ da schifo.

I sondaggi, com’è ovvio che sia, riprenderanno al mio ritorno.
Buone vacanze!

Ventennio #4 – Natale

27 dicembre 2008

CAPITOLO 1 – EPISODIO 4
25 dicembre 1987
Oggi è Natale.

Il Natale del 1987 me lo ricordo molto bene. È il primo vero Natale di cui ho memoria e per certi versi sono felice di poter rivivere quei momenti una seconda volta.
Il residuo di ricordi che era riuscito a sedimentarsi e a rimanere nella mia testa fino ai 25 anni, non era di certo l’affetto che provavo per i genitori, o l’affetto che loro provavano nei miei confronti. Il 25 dicembre ’87 lo ricordo solo ed esclusivamente per un materialistico pensiero su quello che avevo trovato sotto l’albero. Uno dei miei giocattoli preferiti.
Il mondo dei giocattoli aveva appena scoperto un nuovo modo per fare colpo sui ragazzi. La multinazionale Hasbro si stava distinguendo per aver prodotto l’unica cosa che ai ragazzi piaceva più di un giocattolo: i cartoni animati. Non dei cartoni animati qualsiasi, ma dei veri e propri spot di 20 minuti che facevano venire l’acquolina in bocca a ogni bambino del mondo.
La Hasbro, negli anni ’80, si era imposta sul mercato invertendo le regole che fino a quel momento erano state la norma. Non produsse dei giochi ispirati ai cartoni animati di successo, ma creò delle vere e proprie serie di successo, studiate a tavolino, ideate e realizzate con il solo scopo di fare soldi con il merchandising, per poter vendere più facilmente ai bimbi del mondo occidentale i suoi elaborati giocattoli.
Nascevano in quegli anni i G.I. Joe e i Transformers, due serie di cartoni animati cult per la mia generazione, che non erano nient’altro che esche promozionali per i giocattoli creati dalla multinazionale.
Io, però, quell’anno non avevo ricevuto né Transformer, né G.I. Joe. Quell’anno avevo ricevuto i loro concorrenti, i M.A.S.K. che però nessuno si ricorda.
Molto meno noti dei loro rivali, i Mask erano a metà strada fra i robot e i soldati della Hasbro: erano soldati come i G.I. Joe, ma avevano la particolarità di guidare automobili che con un click si trasformavano in mezzi militari molto simili ai Transformer.
Ricordo ancora con precisione tutti i modelli che possedevo. L’indiano che guidava il camion Golia, il nero sommozzatore, l’uomo velenoso, l’uomo dei ghiacci, il cartellone pubblicitario con all’interno un cannone, il capo biondo alla guida di una formula 1…
Quell’anno, Natale ’87, ricevetti il mio primo MASK, il sommozzatore nero, che persi qualche mese dopo all’asilo dopo una rocambolesca caduta dall’altalena.
In una fredda mattina di marzo, ero partito di casa con il mio sommozzatore in tasca, ed ero arrivato all’asilo tutto felice. Era la prima volta che contravvenivo alle ferree regole delle suore che dicevano di NON portare giocattoli a scuola.
Delle suore avevo un terrore viscerale, soprattutto di quella con i baffi neri, che per la forma mi ricordavano le ali di uno sparviero. Avevo il costante terrore di essere punito per qualche marachella che avevo combinato (pur non combinando quasi mai marachelle), ma in effetti quella volta venni punito per davvero. Non dalle suore, che non vennero mai a sapere della mia violazione al regolamento, ma dal fato infingardo, dal destino malevolo, che dopo tre mesi da Natale fece precipitare negli abissi delle fogne il mio MASK preferito. Sì, proprio lui: il sommozzatore nero.
L’omino mi scappò di mano e finì all’interno di un tombino, mentre fra le dita mi rimaneva solo il suo casco blu scuro, che tenni per anni e anni e che probabilmente, nel 2008, è ancora in qualche scatolone di casa, impolverato e accatastato con i suoi compagni ancora integri.
Quella sera nella mia precedente vita ricordo che piansi. Fra Natale e l’epifania mi ero fatto la scorta di MASK, ma il nero che avevo perso era il mio preferito. L’armatura azzurrina era decisamente la più accattivante, e il piglio del volto lo faceva sembrare il più severo ed astuto di tutti i miei soldatini.
Piansi ma non mi arresi. La fantasia non si fermava di certo per un ostacolo piccolo come quello. Perdere un giocattolo era solo l’input iniziale per inventare straordinari e nuovi contesti di gioco. In quel caso, ad esempio, continuai a giocarci per diverso tempo e mi inventai che il sommozzatore fosse stato imprigionato da una misteriosa creatura sottomarina, ma che potesse comunicare con i suoi compagni tramite un microfono nascosto nel casco.
E da quel tombino, nelle profondità dell’asilo o in qualche tubo marcio, il mio soldatino nero con armatura blu, che ora scopro si chiamava Hondo Maclean, continuò a dettare i suoi ordini per diversi anni. Almeno per tutto il periodo delle elementari.

Ma torniamo a oggi. È la mattina di Natale e sono pronto ad aprire i regali. Vedo quel piccolo pacco con la carta verde e gli alberi di Natale gialli… e già capisco cosa c’è dentro. Il mio sommozzatore preferito. Questa volta non lo perderò. Giuro. Lo so che il mio cervello da venticinquenne non dovrebbe farmi apprezzare giocattoli di così bassa lega, eppure il ritrovare uno dei miei giocattoli preferiti, spariti per vent’anni, leggermente mi emoziona. Finalmente lo riavrò.
Ma quando le mie mani strappano nervose la carta, la delusione è infinita. Rimango con la carta in una mano e il pacchetto nell’altra, e l’osservo come un uomo guarderebbe un biglietto delle lotteria con neanche un numero vincente. Lo guardo e lo riguardo, quasi sperando che il pacco si possa trasformare sotto i miei occhi, ma non succede nulla e il sommozzatore non compare. In mano ho una macchinina radiocomandata.
Ci potrei scommettere la testa, nella mia vita precedente non l’ho mai avuta.
25 dicembre 1987. Sono qui da 20 giorni e, senza sapere come, ho già cambiato il futuro.

Ventennio #3 – Grandi responsabilità?

17 dicembre 2008

CAPITOLO 1 – EPISODIO 3
24 dicembre 1987
Innanzitutto una cosa: ho deciso di tenere questo “piccolo” segreto per me e di non rivelarlo ad anima viva. Non posso dire a chi mi sta intorno che sono “un essere venuto dal futuro”. Probabilmente non mi crederebbero e in prima istanza mi porterebbero da psichiatri, psicologi e chissà cos’altro. Come potrei dimostrare che quel che dico è vero? E soprattutto… servirebbe a qualcosa?
Dovrò quindi comportarmi da bambino anche quando questo sarà duro da digerire. Dovrò fare capricci, giocare, correre, cadere. Farmi male? Pure farmi male, ma forse per quello non ci sarà bisogno di fingere. I miei arti sono così piccoli che mi paiono totalmente estranei al corpo, indipendenti. Tutto mi risulta difficile e da quando mi trovo all’interno di questo involucro così delicato sono già caduto due volte dal divano, e persino mangiare è faticoso.
Ma torniamo al discorso principale. Così ho deciso, i miei genitori dovranno rimanere all’oscuro di tutto.
Loro non ne hanno mai sentito parlare, ma io la trilogia di Ritorno al futuro l’ho vista e assimilata: nel caso di viaggi nel tempo (perché di viaggio nel tempo si tratta) è di primaria importanza evitare di interferire con la linea temporale.
Il primo problema nasce però spontaneo. Io non sono Marty McFly. Non sono uno straniero in visita in città o un essere informe che non mangia, non beve e non prende decisioni. Io, per quanto possa cercare di non modificare il futuro, lo modificherò irrimediabilmente, perché l’unico modo, per non cambiare il tempo dal quale vengo, è fare tutto esattamente nel modo in cui è già stato fatto: mangiare lo stesso numero di tortellini, dormire per lo stesso numero di minuti, usare lo stesso numero di quadretti di carta igienica, dire le stesse parole, fare le stesse conversazioni. Tutto esattamente uguale alla mia precedente vita.
Impossibile.
Cosa potrebbe succedere in caso contrario? Non so, se mangiassi un piatto in più di pasta, potrei costringere mio padre ad andarla a comprare un giorno prima del previsto. La sua macchina potrebbe avere un incidente e bloccare la strada per ore, coinvolgendo nell’ingorgo il console americano con un aereo per New York in partenza da Caselle. Il console potrebbe perdere l’aereo e il suo superiore potrebbe decidere di licenziarlo. E fra 15 anni scoprirei che quell’uomo sarebbe stato determinante per la candidatura a presidente di George W. Bush. Per dire.
Ma se ogni mio più piccolo gesto, lieve battito d’ali in Italia, può causare un uragano storico dall’altra parte del mondo, non sarebbe meglio indirizzare i cambiamenti verso una direzione ben precisa? E se alla vigilia dell’undici settembre telefonassi alla CIA? Se cambiassi volontariamente il futuro affinché questo diventi un mondo migliore di quello precedente?
Uff… Ho male alla mano. Benché abbia un cervello da giovane adulto, la mia piccola manina rimane quella di un bimbo di quattro anni che non è ancora in grado di stringere una penna. Il massimo che riesco a fare è impugnare in malo modo un pennarello, e i terribili disegni appesi al muro ne sono la testimonianza. Le mie lettere sono storte e la velocità di scrittura è di una lentezza imbarazzante, ma questo è l’unico modo per fissare i miei pensieri e fare mente locale. E poi, detto francamente, è una delle poche attività intelligenti che mi tocca fare durante la giornata.
Il giorno tipico di un venticinquenne nel corpo di un infante è terribilmente noioso: mattino all’asilo, poche parole con gli amichetti e qualche discussione stupida (l’altra mattina ho litigato con un bimbo perché sosteneva che i millimetri fossero più grandi dei centimetri, poi ho capito come funzionano le cose a quest’età e ho iniziato a sostenere che il chilogrammo è più grosso di un ippopotamo); pomeriggio a casa dei nonni, un po’ di televisione con cartoni animati, mezz’oretta di telenovele con mia nonna e qualche sport nel preserale (pallavolo, bah). Fingo di giocare con i miei pupazzi ma le giornate sono terribilmente lunghe.
A differenza della mia vita precedente, non vedo l’ora di avere sei anni.

Sondaggio
E voi… cosa fareste al posto di Stefano?

Ventennio #2 – Entropia

1 dicembre 2008

Secondo episodio. Questo è il racconto di Stefano, venticinquenne universitario che nel 2008, pochi giorni dopo il suo compleanno, viene improvvisamente scagliato 21 anni nel passato, nel lontano 1987.
Il suo non è un vero e proprio viaggio nel tempo: Stefano si ritrova nello stesso corpo che “possedeva” nel 1987, vale a dire con un’età biologica di quattro anni, con in testa però tutti i ricordi dei suoi 25 anni di vita precedenti.
Tutto il resto, per ora, è avvolto nel mistero.

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Ventennio #1 (titolo provvisorio)

27 novembre 2008

Qualcuno si ricorda dei racconti a scelta multipla? Quelli con Matteo Saltafossi vs. Silvio Berlusconi? Quelli che avevano il sondaggino a fine post? Alla conclusione di quel racconto m’era venuta l’idea per un altro filone di puntate, genere “thriller”, ma poi la voglia è venuta meno e il tutto è rimasto lì nell’angolino. Quello che avete davanti non è il thriller a scelta multipla (rimandato al 2009), ma qualcosa di diverso. Il sondaggio per questa puntata sarà limitato ai commenti, dalla prossima volta verrà integrato il poll tipico. Buona lettura.
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