Fino a qualche tempo fa ero un assiduo frequentatore di Anobii. Mi trovavo benissimo, la community italiala era folta e ben preparata. Come già dissi tempo addietro, non vi erano troll che infastidivano l’ambiente e il tutto si svolgeva nel tranquillo segnalare (e recensire e votare e condividere e leggere pareri altrui su) libri.
L’unica valida alternativa era rappresentata da GoodReads, ma io rimanevo ancorato alla mia posizione: anobiano convinto.
Poi però Anobii ha iniziato ad avere qualche problema. Problemi seri, al punto da rendere tutto il sistema inusabile per sei mesi buoni. Poi, come se non bastasse, l’apparente distacco fra chi Anobii lo ha creato e chi lo utilizza: da una parte un gruppo di persone che puntano a trasformare il social network dei libri in un Amazon alternativo, dall’altra un gruppo di utenti che ritiene ormai insoddisfacente il servizio dato. E ancora, come spiegato alla perfezione da Jumpinshark, e come si può evincere anche dal ranking di Alexa, la “folta community” è in effetti solo folta in Italia. Nel resto del mondo, ma soprattutto oltreoceano, Anobii non è che una piccola macchia nel panorama dei social network. Decisamente sotto GoodReads. Difficile immaginare grandi e rapidi cambiamenti da una realtà così piccola.
Nonostante questo, io sono rimasto anobiano convinto. Fino a quando sono passato al digitale.
Grazie a una delle tante promozioni di Amazon, ho scaricato gratis e in totale legalità Cuore di Edmondo De Amicis. Sì, non proprio il romanzo della settimana, ma mi andava di leggerlo. Scarico, carico sull’ebook reader, e – visto che è presente un ISBN – mi sbatto e creo la scheda su Anobii, che però nel giro di qualche giorno mi viene rigettata.
La motivazione? Perché – dicono – non dotato di ISBN. Eppure, aprendo il file comprato, mi compare chiaramente la dicitura “codice ISBN” seguita dalle cifre. Per una frazione di secondo avrei la voglia di procedere nella polemica, un po’ come nel breve periodo di permanenza attiva su Wikipedia, dove per evitare Edit Wars cattivissime ci si lanciava in lunghissime ed estenuanti arringhe sulle bacheche altrui. In questo caso? No, grazie… non ho tempo e voglia. Qui a destra c’è il box di Anobii: pare non stia leggendo nulla. Non è così, ma vaglielo a spiegare… Se è così che deve essere, così sarà. Tanto c’è sempre l’alternativa. GoodReads.
GoodReads. Qui il popolo italiaco è molto inferiore, ma la quantità di recensioni mondiali è decisamente più alta. Di difetti ne ha molti, ma uno va sicuramente segnalato: GoodReads vinceva su Anobii su una funzionalità prima inserita ma poi ahimè rimossa: la possibilità di importare direttamente da Amazon le specifiche dei libri. GoodReads ha inoltre una grafica meno accattivante e un diffuso senso di disordine che non aiuta.
Ha molte funzionalità in più del suo competitor, come ad esempio poter seguire determinati scrittori che hanno la loro pagina su GR o segnalare a che pagina sei del libro che stai leggendo. Vorrei soffermarmi a parlare ancora di GoodReads ma sarò sincero: non riesce a prendermi come è stato per Anobii. Nel frattempo mantengo la libreria su entrambi i social network, ma il fatto che gli ebook non siano graditi mi fa optare per una terza soluzione, al momento inesistente. Un nuovo social che ascolti le nostre richieste? Che gestisca in modo furbo edizioni diverse di uno stesso libro? Che contempli anche gli ebook? Che sia localizzato in italiano e che ci dia grandi soddisfazioni? (no, non dite Zazie… è troppo naif per essere veramente un’alternativa).
Come già detto in altri posti, la soluzione migliore sarebbe catalogare la propria collezione di libri su Collectorz (software a pagamento veramente completo) ma tutto il piacere prettamente social del condividere i propri libri con gli amici viene meno.
“Amazon rovina sempre tutto”, ho scritto. Amazon, Sant’Amazon, ha il problema di essere il modello di successo da seguire. Anobii pare voglia seguire le sue orme. GoodReads ha perso funzionalità interessanti che si appoggiavano al suo sterminato database. Che sia proprio questo terzo incomodo a portare agli utenti un social network per libri perfetto? Non credo… Ma sperare non costa nulla.
Miso e Glue sono più simili di quanto essi stessi vogliano ammettere. Non andrò a cercare nei meandri di internet per scoprire chi ha copiato chi, ma è lampante che le similitudini, fra i due, sono più delle divergenze.
Iniziamo da Miso. Il televisorino verde – lo ammetto – è il mio preferito. Ti dà la possibilità di selezionare il telefilm che stai guardando e condividerlo con gli amici. Ti fa selezionare il singolo episodio e in alcuni casi ti dà un’interessante serie di slide da guardare in contemporanea con il telefilm, una sorta di augmented content pensato dai fan per i fan. Se non ricordo male avevano anche studiato qualcosa di “ufficiale” in contemporanea con la messa in onda di Dexter, ma per il resto si tratta di contenuti inseriti dagli utenti più volenterosi.
Che cos’è questo augmented content? Miso lo chiama correttamente “SideShow”. Le slide possono riportare qualche frase detta da uno dei protagonisti, dei sondaggi fra telespettatori su quel che si è visto o su che cosa potrebbe capitare, o qualche curiosità su attori e telefilm.
Ad esempio, per l’ultimo episodio che ho visto di Alcatraz, il SideShow mi ha ricordato che il trio che compone le musiche è lo stesso di Super8 e Star Trek (Michael Giacchino, Chris Tilton e Andrea Datzman) e che l’attore che interpreta Webb Porter, l’assassino di turno, lo avrei potuto vedere anche in Una notte al museo e The War at Home.
Il grande vantaggio rispetto a GetGlue è che è studiato per i serial telefilmer (definizione sdoganata dall’amico TFM): hai la possibilità di scegliere il singolo episodio, condividere un commento su Miso stesso, su Twitter, su Facebook e persino dare un voto compreso tra una e cinque stelline.
Il più grande difetto, per i serial telefilmer, è che tutti i checkin che vengono fatti su film e telefilm sono inseriti in una timeline non indicizzata. Se, ad esempio, dopo aver visto Alcatraz 1×11, mi guardo 30 puntate di Lost, l’unico modo per scoprire a quale puntata di Alcatraz ero arrivato è tornare indietro nella timeline e sfogliare la mia “Recent Activity”. Se recupero telefilm interrotti una vita fa (tipo BSG), le cose si complicano un bel po’.
Un altro punto a suo sfavore è dato dalla comunità piuttosto ristretta, che genera talvolta dei contenuti alla “stub” di Wikipedia: parole a caso che necessiterebbero di una wikificata.
Un ingrediente che invece rende simili Miso e Glue è lo stimolo “collezionistico”. Guardando la tv, con Miso ottieni dei badge virtuali. Ma qui, decisamente, entriamo nel territorio di Glue. Su Miso i badge sono poco numerosi e poco stimolanti. Su Glue invece è tutta un’altra musica.
Glue è la stessa roba ma diversa. Glue deve la sua forza alle grandi partnership strette con multinazionali dell’intrattenimento e alla voglia di collezionare dei suoi utenti. Il punto di forza di Glue sono infatti le Stickers. Etichette. Che ti spediscono a casa, ovunque tu sia, anche dall’altra parte dell’oceano, anche in Italia. Una genialata capace di creare dipendenza e che mi ha fatto defolloware diversa gente: per avere nuovi stickers ci sono pazzi che passano le giornate a mettere i corrispondenti glueschi dei “Mi piace” e iniziano a spammare su ogni social network pensabile, con il risultato di trasformare un esperienza social in un gioco poco divertente dove la febbrile corsa all’adesivo sommerge e annacqua il tutto. Non si possiedono, dunque, gli stickers ottenuti per caso e per “meriti”, ma solo per il numero di click fatti. A differenza di Miso, non ci sono solo programmi televisivi e film, ma anche musica, videogiochi, libri e varie altre cose indefinite fra cui “celebrities, activities, food, drink, etc”.
Glue, in conclusione, non mi piace perché è frequentato prima di tutto da fanatici delle etichette, in secondo luogo non ha – gravissimo! – la possibilità di farti selezionare un singolo episodio di un telefilm, e – last but not least – non ha assolutamente idea di come sopperire alle mancanze del concorrente.
Insomma: due social network dedicati principalmente alla TV, ma nessuno dei due abbastanza meritevole di sbaragliare il concorrente. Ai punti, Miso risulta – IMHO – migliore.
Quando avrò tempo e voglia scriverò qualche riga anche su GoodReads e Anobii, e lì saranno dolori. Soprattutto per noi lettori.
PER LA SERIE: SU INTERNET C’ERA ROBA DIVERTENTE ANCHE PRIMA DELL’ARRIVO DI FACEBOOK, MA MOLTI ALL’EPOCA LO IGNORAVANO E CONTINUANO A IGNORARLO.
Molti li conosceranno già: sono i Crazy Frog Brothers, che ballano cantano e mimano la hit della rana pazza del 2005. Sono, non c’è bisogno di dirlo, strepitosi. Come tutti i fenomeni di internet, sono poi nati molti video che riprendono l’originale e lo sviluppano con qualche divertente modifica.
Secondo questo sito, io scrivo come Charles Dickens. Provate anche voi.
Il sito analizza la vostra scelta di parole e lo stile di scrittura comparandolo con famosi scrittori. Funziona con qualsiasi testo, purché sia in inglese. Va bene con pezzi di post, capitoli di romanzi, raccontini. L’importante che sia nella lingua di Albione, quindi prima passate da Google Translate e vedete un po’ se vi piace. Se anche a voi verrà fuori Dickens, probabilmente il vero Dickensiano sarà il traduttore di Google.
Il diritto all’informazione è un diritto insindacabile. Importante oggi più che mai e difeso strenuamente da tutti gli esseri amorfi dal centro-sinistra in giù: Popoli viola, popoli imbavagliati, pomodori rossi, Di Pietro. Tutti a difendere il diritto di cronaca e il diritto di informarsi. Tutti, compresi i blog parassiti. E questo post nasce per lanciare un’accusa di inutilità ai blog parassiti, che fanno informazione copiando gli articoli dei giornali veri e ci guadagnano pure qualche euro.
Tutto è nato dal fatto che a me, questa notizia, pareva di averla già letta da qualche altra parte. E in effetti era così. “Il generale Mori e Cosa Nostra l’accusa è concorso esterno”. Articolo di Nicola Biondo su L’Unità. Fonte non segnalata, riproduzione totale.
A questo punto mi sono incuriosito con altri post del blog L’Altra Notizia. Ne ho scelti due a caso.
“Padova. Pestati davanti al bar perché gay”. Articolo tratto da Mattinopadova.it. Fonte segnalata, riproduzione totale.
“Travaglio e stipendi in Rai: prendo meno dell’ultima gamba destra di una soubrette”. Articolo tratto da Corriere.it. Fonte segnalata, riproduzione totale.
Vabbè, ma sarà sempre così? Ieri, per scrivere questo post, ho dato un’altra controllata. Tutti i post pubblicati ieri. 1) Eolico, indagati Dell’Utri e Cosentino “Carboni voleva influenzare i pm del G8″. Articolo tratto da Repubblica.it. Fonte segnalata, riproduzione totale. 2) “«Falcone e Borsellino falsi eroi» Gruppo Facebook, denunciati autori”. Articolo tratto da Corriere.it. Fonte segnalata, riproduzione totale. 3) “Casalesi e politica, arrestato l’ex consigliere regionale di Mastella”. Articolo tratto da IlFattoQuotidiano. Fonte segnalata, riproduzione totale. 4) “Giocare alla guerra per tre settimane? Paga lo Stato”. Articolo tratto da IlFattoQuotidiano. Fonte segnalata, riproduzione parziale.
L’Altra Notizia è un non-sito e un non-blog. Non crea, almeno ad una prima indagine, contenuti propri. Copia e incolla articoli altrui. E in più ci mette la pubblicità. Molta pubblicità. Persino popup! 40.000 fan su Facebook.
Cosa? Perché ce l’ho con L’Altra Notizia? No, non ce l’ho con l’Altra Notizia. Semplicemente non lo considero un comportamento molto corretto copiare gli articoli altrui (a volte senza citare la fonte) e guadagnarci pure.
Questo è il nuovo best commento degli spambot approdato su La strada in salita. Notare la conclusione di classe.
Ciao, grazie per la visita e il commento sul mio blog, il tuo blog è molto buono, ho sempre visitare adesso. buona giornata e un grande fine settimana. pompini.
* Away From Keyboard
Siccome sono uno che di blog guarda giusto i suoi amichetti e qualche imperdibile “must”, mi accorgo con un anno di ritardo che il noto blogger Paul the Wine Guy non è più nel mondo dei più (nel mondo dei blogger, intendo. Lui, se ho capito giusto, è vivo e vegeto).
Un bel giorno si è svegliato e ha cancellato tutto. <Paul era divertente e, se non lo confondo con altri, era pervaso da un umorismo squisitamente nerd. Aveva un bel blog e di questo ne sono piuttosto sicuro perché ho ritrovato l’url in una cartella tra i preferiti di Firefox.
Stasera mi sono imbattuto in un’intervista che ha rilasciato a Gilioli e non ho potuto che concordare sul tema della riservatezza.
Adoro la mia riservatezza, prevalentemente perchè non mi piace che il vicino di casa sappia esattamente cosa ne penso. O il mio datore di lavoro. O il panettiere. Ho aperto un blog per noia e frustrazione: il mio barbiere non deve per forza sapere gli affari miei mentre mi pettina come un deficiente. Preferisco tenere il mio anonimato.
Perché quel titolo? Per tante ragioni, ad esempio perché i miei più cari amici sanno del blog e quando si ricordano lo frequentano pure. Perché la vita afk e davanti allo schermo è sempre più integrata e inscindibile, grazie a Facebook e alla posta, ma questo spazio – anche se aperto a tutti – lo considero più privato dei social network.
Fino a poco tempo fa, l’opera di Antoine de Saint-Exupéry risultava essere uno dei più letti dal popolo anobiano italiano (tanto quanto le altre nazioni).
Ora è misteriosamente sparito. Al suo posto, “Ël cit prinsi”, edizione piemontese di una misconosciuta “Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella”. Come potete vedere dall’immagine, 1497 recensioni, nelle librerie di ben 12 vicini e 3 amici. Sapendo che l’amica Desde è torinese, da lei potrei anche capirlo, ma da Nicce e Virgh che di piemontese hanno ben poco?
Non abbiamo bisogno di attendere la loro conferma per capire che qualcuno, furbescamente, ha sostituito la versione Fabbri Editore con un libro totalmente diverso da quello che quei 1497 recensori hanno letto (se non nel contenuto, almeno nella lingua!).
Come da titolo, fortunatamente troll e bimbiminkia non sembrano affollare le pagine di Anobii, ma se il trend dovesse cambiare? Se le pagine dei nostri libri venissero prese d’assalto come le pagine di Wikipedia? Addio Eden, probabilmente.