La vera storia dei gemelli Firicano

1 aprile 2008

gemelli-firicano.jpgMolti di voi hanno ben vivida l’immagine dell’ultima volta in cui la tv si ricordò di loro, a Fantastico 11, quando commossero l’Italia, il mondo intero e Pippo Baudo.
Sono i gemelli Firicano. Non Corrado e Pippo (quelli della foto, in una delle rare partecipazioni televisive accanto a Claudia Cardinale e Antonello Falqui), ma i loro ben più noti genitori: Gennaro ed Evaristo, di cui però non abbiamo testimonianze fotografiche.
Corrado, figlio di Evaristo, e Pippo, figlio di Gennaro, raccontarono all’Italia intera la loro storia, ma soprattutto la storia dei loro padri, eroi di guerra, partigiani sulle montagne dell’appennino.
I loro padri Gennaro ed Evaristo non erano partigiani comuni. Non erano uomini comuni. Una grave malformazione li aveva resi inseparabili: organi interni e spine dorsali comunicanti e per certi versi condivise rendevano impossibile qualsiasi tentativo di operazione di separazione. Attaccati dalle spalle alla vita e costretti a non vedersi mai in faccia, i gemelli Firicano entrarono in guerra, imbracciando due fucili e sparando a turno in una rapida girandola delle loro quattro gambe. Vennero soprannominati “la girandola anti-crucco” e si sposarono entrambi con due donne del loro paese, Poirino, convolando a nozze in una triste domenica di ottobre. Evaristo, essendo molto timido, provava vergogna nel fare certe cose davanti (anzi, dietro) al fratello, quindi corse ai ripari con un metodo semplice: faceva prendere colossali sbronze al fratello fino a farlo addormentare. Gennaro invece, più trasgressivo, non aveva problemi a fare certe cose alle spalle del fratello, e infatti sfornò 3 figli nei primi tre anni di matrimonio. Una volta però Evaristo non ubriacò a sufficienza il gemello e successe il patatrac: Gennaro, spudorato anche grazie alla gran dose di birra, si alternò al fratello per tutta la notte. Proprio quella notte la moglie di Evaristo rimase incinta per merito di uno o di entrambi i gemelli e 10 mesi dopo partorì Pippo e Corrado.
La storia dei partigiani Gennaro ed Evaristo si interrompe bruscamente nel 1946, quando un reduce fascista tenta di uccidere a bruciapelo il Gennaro. Gennaro però, furbissimo, compie una turnicazione di 180° riparando il suo corpo con quello del gemello Evaristo, che muore all’istante. Gennaro vivrà per altri 7 anni, portandosi appresso il corpo ormai decomposto del fratello e un peso enorme sulla coscienza. Morirà nel 1953 a Torino, il 23 maggio, travolto dalla punta della Mole Antonelliana cadutagli in testa.
Oggi, a quasi 30 anni da quella tragica morte, Pippo e Corrado (anche loro siamesi, ma attaccati per la spalla e non per la schiena) potranno staccarsi l’uno dall’altro e vivere la loro vita separatamente.
Fonte: La Stampa, 25 maggio 1991

Il Basty

24 maggio 2007

Il Basty interpretato da quello che fa Sayid in Lost, Naveen AndrewsIl Basty è una bestia strana. Anche lui s’è fatto il Cammino di Santiago, pedalando con il Matte e il Fabi, sognando magari di poterlo fare in sella a una motocicletta al fianco di Ernesto Che Guevara, o al massimo con una sua fascia sulla fronte.
Anche il Basty c’era e anche lui s’è stancato. Ha sudato, ha imprecato, ha insultato… in pieno spirito da pellegrino (non è questo lo spirito del pellegrino? Ah… allora noi tre abbiamo frainteso).
Al ritorno dalla Spagna però ha confessato di non volerlo fare mai più. Mai più vacanze faticose. Quest’anno Alghero e il prossimo anno, forse, Brasile. Santiago? Mai più.
Il Basty ieri sera era mezzo nudo, lo so, da qualche parte per Torino, con una birra in mano, una maglietta legata al collo, una bandiera sventolante e i pantaloni a vita bassa che gli facevano spuntare fuori il sedere.
Il Basty, lo so, ieri sera ha sfoderato la sua seconda voce da Ultrà, quella cupa e profonda che neanche un basso sa fare, dopo essersi visto la partita, o su Sky, o su Mediaset Premium con il commento di Pellegatti.
Il Basty ieri sera si è ricordato di una piccola cosa successa alcuni mesi fa. Si è ricordato di quando aveva detto agli amici che non avrebbe mai più fatto il Cammino di Santiago, ma, subito dopo, si è anche ricordato di quello che poco dopo aveva promesso a quegli stessi amici, di quello che aveva osato scommettere, non limitandosi alla rasatura totale in caso di Champions vinta, come hanno fatto i suoi amici, ma spingendosi decisamente oltre.
Dopo due anni di attesa, ieri sera il Milan è tornato in finale e ha vinto. Nemmeno nei film e nei romanzi succedono cose del genere: tutto era perfetto, tutto era studiato alla perfezione affinché il popolo milanista potesse piangere di gioia dopo aver battutto non una squadra a caso ma quel Liverpool che l’aveva beffato nel peggiore dei modi in quel dannato stadio a Istanbul.
Ebbene, ieri sera (lo so, lo sento) il Basty ha pianto e ha urlato. Poi, dopo circa mezzora di urla forsennate e baci e abbracci ai commensali, si è ricordato della promessa fatta, ha guardato negli occhi il Matte e ha detto:
Quando si parte?

Il brianza

1 maggio 2007

Il brianza interpretato dal marmoreo Terry O'QuinnIl brianza l’abbiamo incontrato per strada, in un piccolo paese dimenticato da dio e nascosto sotto a un’autostrada sospesa nel vuoto. Uomo silenzioso, all’apparenza tranquillo. Ma appena lo conosci capisci che lui è “il brianza”.
Uomo d’azione vissuto per anni nella sua fabbrica di scatole, uomo temerario che ha intrapreso il cammino perché è giovane dentro, anche se ha oltre cinquant’anni e l’artrosi che lo devasta.
Bell’uomo, fronte alta, ma preferisce raparsi a zero per darsi un’aria più giovanile e magari acchiappare di più.
Per bene, educato sul lavoro, disponibile con i suoi dipendenti sottopagati, compra le migliori crocchette “salmone e riso” per il suo gatto persiano e per il suo autista, che ha fatto castrare anni addietro perché non sporcasse in casa.
La sua vita è ordinaria: tutto casa, fabbrica, casinò, casino e chiesa. Moderato nel linguaggio e pacato nelle espressioni, ma quando è fra gli amici gli piace abbandonarsi a qualche parolaccia sparsa, solitamente in fondo alle frasi.
La sua preferita è decisamente “Cazzo”, che usa con una frequenza piuttosto alta, concentrandosi soprattutto sulla pronuncia della “C” che sembra quasi una “K” trattenuta e prolungata fra le labbra. Gli piace dirlo. Perché lo fa sentire giovane e forte, cazzo. Gli piace dirlo perché non lo fa sentire cinquantenne. Oggi, nelle festa dei lavoratori, il Brianza festeggia con i suoi 300 dipendenti cinesi in nero, stappando due bottiglie di aranciata amara e sgranocchiando Won Ton fritti, ma né lui né loro hanno mai capito cosa ci sia da festeggiare nel giorno della solidarietà internazionale dei lavoratori.
Ué Pechinesi, un giorno diventerete come me, se non morirete prima.

L'identikit di un trekker

20 aprile 2007

Heidfield(…e in particolar modo di Fabio)
Articolo scritto anni fa e ora riproposto su “La Strada In Salita”.

Molti di voi, temendo la crescente minaccia STAR TREK, mi hanno chiesto consigli e delucidazioni in merito.
Credendo di fare cosa utile vi propongo un rapido schema riassuntivo, indispensabile per individuare e smascherare gli appartenenti a questa (La) Loggia massonica.

  1. i trekkers hanno la faccia da bravi ragazzi, aiutano le vecchiette seguendo fedelmente la morale del capitano Kirk, ma per distinguerli dai veri “papa boys” basta notare le profonde occhiaie che si causano con le frequenti nottate in bianco per vedere le maratone della loro amata telenovela.
  2. i trekkers a carnevale sono quelli vestiti con un pigiama attillato blu con le spalline rosse e un triangolo giallo cucito sul petto.(non è il loro costume ma il loro abbigliamento di tutti i giorni)
  3. se un ragazzo vi porta a fare merenda da “star crepe” a Torino, iniziate a nutrire qualche sospetto..
  4. i trekkers sono quelli che quando guidano dicono: “bene! ora entro in tangenziale a velocità di curvatura 1!!”
  5. i trekkers sono veri animali da divano; stanno sempre flaccidamente sdraiati davanti al televisore cosparsi da avanzi di cibo vecchi di decenni e con il videoregistratore fumante che sembra urlare “PIETÀ!!!!”
  6. i trekkers all’università optano quasi tutti per la facoltà di Scienze della Comunicazione perchè così pensano di poter apprendere la lingua Borg..
  7. i trekkers sono quelli che la domenica sera vi telefonano dicendo:”stasera non posso uscire perchè ho la mononucleosi”, ma voi sapete che da anni non hanno uno straccio di ragazza..

Riflettete gente e fate attenzione! Anche il piu’ insospettabile dei vostri amici potrebbe essere un trekker.

Leoluse

14 aprile 2007

(raccontino stupido leggermente maschilista)
Keanu Reeves
Molti, quasi tutti, conoscono abbastanza bene lo zodiaco da poter dire in tutta sicurezza che i segni sono 12. Altri, leggermente più esperti, sanno dell’esistenza anche di un tredicesimo segno, l’ofiuco, rarissimo segno zodiacale compreso tra novembre e dicembre che alcuni astrologhi dicono esista e che altri dicono non esista.
Pochi, pochissimi, quasi nessuno, sa dell’esistenza di un quattordicesimo segno zodiacale. Il segno del bradipo.
Il segno del bradipo è l’unico segno a tagliare trasversalmente tutti gli altri segni e a non usare come unico criterio il giorno di nascita inserito in un determinato lasso di tempo.
Il bradipo può nascere in qualsiasi giorno dell’anno, ma un neonato sarà bradipo solo se si verificheranno tutti i seguenti avvenimenti:

  • nel momento della nascita, un gallo canta fuori dalla finestra.
  • nell’anno di nascita, il campionato è vinto da una squadra diversa da Milan, Inter, Juve.
  • nel momento della nascita, una radio esplode.
  • nel momento della nascita, un bambino nel mondo decide che da grande scriverà una canzone intitolata Dipende.
  • nell’istante della nascita, nell’universo nascono due stelle. Non una di più, non una di meno.

Leoluse, detto guarda caso il Bradipo, è nato sotto il segno del Bradipo.
Un giorno l’uomo bradipo Leoluse incontrò un bradipo vero. Si misero a parlare del più e del meno quando, all’angolo della strada in cui si trovavano (Corso Dante angolo Corso Massimo D’Azeglio), capitò per caso un leone.
I tre si misero a parlare e Leoluse confessò di chiamarsi Leoluse detto il Bradipo.
“Ah, Leoluse! Come un vero leone!” disse il leone. “Ah, Bradipo! Come me!” disse invece il bradipo.
Leoluse spiegò l’origine del suo soprannome Bradipo e disse che il termine era legato alla sua lentezza nell’approcciarsi con le donne. Il leone scoppiò a ridere. “Ah, ah, ah! Leoluse, sei proprio uno sfigato come tutti i bradipi! Noi leoni siamo i re della savana e con questa criniera attiriamo le femmine come calamite! Siamo felini, siamo furbissimi e tutti gli animali ci rispettano. Il tuo lato migliore, quello del leone, dovrebbe prevalere più spesso sul lato bradiposo.”
Leoluse, che comunque aveva abbastanza presa sul sesso femminile, ammise che avrebbe preferito essere più Leoluse e meno Bradipo.
A quel punto il bradipo, lentissimo nei suoi movimenti come un film al ralenti, interpellò il leone e con una flebile e tranquilla voce chiese all’altro animale: “Ma dimmi leone, come fai tu a trovare una compagna?”
Il leone rispose “Semplice! Cammino per giorni e giorni in cerca di un gruppo di femmine. Se le femmine sono già occupate, sfido il maschio presente: se vinco, bene, saranno mie; se perdo, riparto e cammino per giorni fino a che non troverò un altro gruppo.”
Il bradipo non poté fare a meno di sorridere. Guardò Leoluse e gli disse: “Vedi caro Leoluse, prega per te che sia il lato bradipo ad avere il sopravvento su di te. Noi bradipi maschi stiamo comodi comodi sulla nostra pianta e sono le donne stesse che in processione fanno la fila per poterci avere. Noi stiamo pacatamente sdraiati sui rami a goderci la vita, e le donne si fanno i chilometri per poterci incontrare! Nessuna fatica, nessun patimento. Siamo noi a decidere, a scegliere se prenderle o no.”
Poi si voltò verso il felino e sfidandolo gli disse: “Ora, leone, secondo te, chi di noi due è il più furbo?”

il Matte

12 aprile 2007

matt_damon.jpgAnno 2017.
Il Matte, chiamato il Matteo o Prontovapore (richiamando non a caso la famosa pubblicità del Vaporone Prontovapore), nacque in Piemonte, Italia, nel lontano 1983.
Quella domenica mattina, andando alla corsa con l’Opel Corsa, al Matteo Prontovapore capitò una cosa molto particolare. Un evento storico che destabilizzò l’uomo che riuscì, a suo modo, a cambiare il mondo.
Matteo stava in Corso Moncalieri, schiacciando il pedale dell’acceleratore. Era odiato dal mondo intero, faceva finta di non saperlo ma in fondo ne era fiero.
Il mondo ce l’aveva con lui perché l’epidemia di Malerbesque (la lingua del Prontovapore) si stava diffondendo a macchia d’olio fra giovani e meno giovani.
Tutto era iniziato nel lontano 1997. Vent’anni prima.
In un liceo del torinese, Matteo aveva un divertissement con cui passava le tediose giornate di studio. Inventare parole.
Non sapeva che fare e così si mise a coniare dei neologismi per cose e azioni che non avevano ancora un nome, come ad esempio Quinquennare (suono della campanella, che suona ogni 50 minuti) o incavallare (mettere il cavalletto al motorino). Ma raramente nella propria vita uno incontra cose o fa azioni che non possiedono un nome.
E fu così che Matteo, per continuare a giocare, decise di allargare il tiro e di cambiare nome a quelle cose che un nome ce l’avevano già.
Panozzo per panino, gommisio per gomma, profiologa per professoressa, pizzerista per pizzaiolo, pagelloso per pagellino, ladrato per rubato, etc. etc. etc. etc. etc.
Matteo camminava, puntava il dito e inventava. “Eccolo, un farcimento“. Si girava, guardava una ragnatela ed esclamava: “Oh, guarda, una ragnatesca.”
Il gioco gli piaceva molto e lo divertiva. Ma la cosa prese un brutto andazzo e le sue parole non si fermarono più. Non riuscì più a separare il lessico dello scherzo dal lessico italiano, iniziò a dire nelle interrogazioni parole come Motorciclo, integolarsi, sindonizzarsi o slurpo. Rendendo incomprensibile quel che voleva dire e inimicandosi molti professori.
Il primo passo dell’epidemia avvenne con il contagio dei suoi tre compagni di classe che, per poterlo comprendere, dovettero imparare il suo particolare idioma. L’idioma divenne lingua dopo poco, dato che ormai tutti, genitori compresi, iniziarono a dire cose come Giasaldis, Villastello e pic norn. Ora la situazione è estesa a tutta l’Europa occidentale (escluse Malta, San Marino e l’Islanda), l’America meridionale, l’Africa e parte dell’Asia. In Italia il malerbesque è ormai lingua nazionale.
Anche voi siete stati affetti dal morbo del malerbesque. Non ci credete?
Termini come Panozzo, Gudurioso, Morbidoso, Benza e Figaccione li ha coniati lui.
Ma basta parlare del passato. Torniamo al presente, anzi, al passato prossimo. Ieri mattina, Corso Moncalieri 180, Torino, anno 2017. Matteo era sulla sua Opel Corsa vecchia di 12 anni quando un tizio che distribuiva la “Gazza dello Sport” (nome malerbesque per la Gazzetta) vendette al Matteo il solito giornale per i soliti 2 Cucuzzari.
Matteo, mentre il semaforo era rosso, iniziò a guardarsi il giornale. In prima pagina si parlava della clamorosa sconfitta della Roma contro la Città del Vaticano in Champions League (finita 365 a 666), dello scandalo doping nei tornei di scacchi e della mucca Aldobrando che voleva partecipare alle olimpiadi.
Poi l’occhio si soffermò sul titolo. “La Gazzillia dello Sport”. Come? La gazzillia? Da cinque anni ormai il quotidiano si chiamava Gazza! Chi era stato a cambiare nome?!?
Matteo non lo sapeva ancora, ma era stato trovato un antidoto al Malerbesque. Il mondo stava pian piano imparando a parlare sammarinese.