Il topo bianco
27 dicembre 2009

Scende qualche goccia e la neve a bordostrada ci sta ricordando che siamo in dicembre ed è Natale. Siamo in macchina, riscaldamento al massimo, con i vetri che si stanno sgelando e davanti a noi, per la prossima ora, la messa di Natale di mezzanotte. Che due palle.
Io non vedo niente, lei invece lo nota subito, anche se sta dal mio lato e i vetri sono in parte appannati e in parte ghiacciati.
“Guarda lì!”
“Cosa?”
“Quello.”
“Quello cosa?”
“Cos’è? Un topo?”
“Un topo? Dove?”
“Lì.”
Continuo a non vedere niente. Aguzzo la vista, seguo la direzione che mi indica il suo dito, ma… nulla, non lo vedo. “Dai, è lì in mezzo, a fianco del muretto.”
Ora lo vedo. È bianco. Più bianco della neve, che siamo su una strada trafficata e buona parte della neve è macchiata di terra o semplicemente sporca, con colori che variano dal beige al nero. Di neve bianca, nemmeno l’ombra.
Lui sta lì, candido, tutto raggomitolato.
Fermo la macchina, tiro il freno a mano e scendo. Ci avviciniamo entrambi ad osservarlo.
“Ciao piccolo.”
“Ciao cucciolino.”
Il topino ci guarda. Ha il musetto aguzzo, la coda lunga senza pelo e le due zampine anteriori vicino al petto. Si alza su due zampe e i suoi occhi ci parlano ma noi non capiamo che ci stia dicendo. Le orecchiette sono tirate indietro, la coda ricorda quei grandi topi delle fogne che si vedono nei film, ma lui non fa paura. Anzi. A qualche grado vicino zero, lo guardiamo e ci fa tenerezza.
“Che cos’è? Una cavia?”
“Boh. Un criceto non è.”
“No, e nemmeno una cavia. Le cavie non hanno la coda così.”
“Sarà un topo.”
“Tutto bianco?”
“Non lo so. Non so nulla di topi e roditori vari. Anni fa avevo un criceto, ma non ti potevi sbagliare sulla sua razza perché era la fotocopia di Hamtaro.”
“Cosa possiamo fare per lui?”
“Piccolino, avrai freddo.”
“Lo portiamo a casa?”
“E dove lo mettiamo?”
“Io ho un gatto.”
“Io due.”
Piccolo e infreddolito, nella notte di Natale, lo guardiamo a lungo senza sapere cosa fare. E più ci pensiamo, più lo vediamo come un moderno Gesù bambino, davanti a noi per metterci alla prova. Saremo in grado di ospitarti? Di darti asilo in questa notte di freddo e neve? O dovrai arrabattarti in qualche modo, a scavare un buco al suolo o a ricavare uno spazio dove dormire nel tronco di un albero, che di mangiatoie abbandonate, dalle nostre parti, nemmeno l’ombra.
Ci guarda, il piccolo. E non sembra per nulla spaventato.
“Forse è di qualcuno” pensiamo.
“Forse è scappato da una casa del circondario.”
Osserviamo le case lontane. Da dove potrebbe essere arrivato? La sua “famiglia” adottiva forse lo sta cercando. Sotto i mobili, dietro le porte, nella credenza in cucina. Un timido sguardo nel cortile, una pila quasi scarica a illuminare gli angoli più bui della cantina, ma niente, il topolino non salta fuori perché in casa non c’è, è in strada, a chissà quanti metri, a chissà quanti cancelli di distanza.
Lo guardo ancora negli occhi e vedo la sua gabbietta. Sale e scende le scale, s’infila nei tubi, guarda fuori. Mangia semi nel suo scatolotto e, quando capita, anche dalle mani di una bambina.
Però sei fuggito. Sei uscito dalla gabbia dorata e te ne sei andato. Forse volevi solo esplorare il circondario, senza voler davvero andartene di casa. Forse volevi solo guardarti attorno, vedere cosa c’era oltre quel vetro da cui entrava il freddo. O forse no, forse la tua è una fuga. Stai scappando, stai cercando la libertà che non puoi ricordare, perché da quando esisti sei sempre vissuto in gabbia, ma che in qualche modo ricordi grazie al tuo dna, immutato e selvaggio attraverso le generazioni.
Allora ti guardo negli occhi per l’ultima volta e ti auguro buona fortuna.
“Buon Natale piccolino.” Forse hai trovato la tua libertà. Vai, corri lontano e non voltarti indietro.
Faccio lo stesso. Lo saluto e vado verso la macchina. Non mi volto indietro nemmeno io.
“Buon Natale, piccolino.” ripeto. Poi metto in moto e riparto.






