Addio alle armi
7 maggio 2010

Qualcuno forse lo saprà già. Non sono più giornalista. Lo sono in quanto il tesserino è ancora nel portafogli e continuo a collaborare con testate di vario genere, però ora è tutto cambiato. Non faccio più il giornalista dalla mattina alla sera, ma ho un lavoro che con il giornalismo e la comunicazione non c’entra nulla.
Cazzo, non l’avrei mai detto. Arrivi ad un certo punto e pensi che da lì in poi non potrai che migliorare, che andare su. Vai dove vanno i giornalisti che contano, senza doverti sorbire l’ennesima sagra paesana. Vai a vedere le partite che contano, senza doverti consumare gli occhi in un torneo di Giovanissimi Fascia B. Vai in mezzo ai big, tra Mediaset e Rai, e ventimila tv e ventimila corrispondenti dei più noti giornali italiani e stranieri e dici “cazzo, finalmente ci sono”. Ti butti in mezzo a loro con deferenza, loro ti salutano cordialmente e tu contraccambi in modo educato. “Cazzo, si ricordano di me” pensi. Di fianco a te hai Mario Calabresi. Lo guardi. Guardi il badge che porta al collo, “eh, ce l’ho uguale – pensi – che figo”.
Arrivi fino a un certo punto e poi…
E poi basta.
Poi ti accorgi di avere quasi 27 anni e di guadagnare troppo poco per la tua età. Pensi al futuro, pensi alla tua meravigliosa ragazza e vorresti poter vivere normalmente, non dico senza problemi ma almeno con qualche soldo in tasca utile a mettere uno dopo l’altro i mattoni di casa. Ma a fare il giornalista, questi pensieri non li puoi fare. Io, che alla soglia dei 27 anni prendevo un terzo dell’amico Sundance Kid bancario, mi consideravo (e mi considero) un giornalista fortunato perché mi alzavo al mattino, andavo a fare il giornalista e a fine mese ricevevo lo stipendo (misero, ma pur sempre stipendio) per averlo fatto “di mestiere”. Questo traguardo sono pochi a poterlo raggiungere. Molti, scoraggiati, si fermano alle collaborazioni a basso costo. Un po’ perché capiscono quanti pochi soldi ci siano in giro, un po’ perché non trovano di meglio. Altri riescono a raggiungere gli alti livelli agognati ma lo fanno, causa forza maggiore, solo per un breve periodo (che tradotto in italiano significa: “contratto a tempo determinato, entri gratis a La Stampa ed esci dopo tre mesi” o “entri in tv locale, presenti tg e trasmissioni di approfondimento e dopo sei mesi alzi i tacchi e te ne vai”).
“Ma tu vuoi ancora farlo il giornalista?” mi chiedono. “Non lo so”, rispondo. Non lo so. Sto attraversando una crisi mistica e osservo il mondo cambiare sotto i miei occhi. Osservo la nascita di nuovi media e nuove tendenze che neanche pensavo potessero esistere, mentre il giornalismo rimane sempre quello del vecchio stampo, recalcitrante, diffidente verso le nuove tecnologie, ottuso anche quando tenta la via dell’innovazione. Non lo so. Per il momento faccio altro, vado a pescare e mi siedo sulla riva del fiume.