Libri letti – maggio 2010

29 maggio 2010

“Uomini che odiano le donne”, Stieg Larsson: 3/5. Un giornalista in un periodo nero viene chiamato da Henrik Vanger, magnate svedese, per risolvere un mistero vecchio di anni. Sua nipote, Harriet Vanger, era sparita anni fa e il patriarca è sicuro che a ucciderla sia stato un membro della stessa famiglia Vanger.
Fossi stato in Larsson, avrei iniziato il libro da pagina 300. Calcolando poi che, proprio verso pagina 300, forse anche un po’ prima, ho capito chi si nascondeva dietro agli omicidi e quale era stato il destino di Harriet Vanger, non posso che dare al libro tre stelle striminzite, anche a causa di altri difetti: la sottotramma Wennerström occupa troppo spazio; il percorso investigativo che porta Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist a scoprire chi è l’autore degli strani assassinii è costellato da botte di culo (in pratica, non si fa nient’altro che guardare fotografie). Più interessante è invece quel che succede dopo aver scoperto l’identità dell’assassino (e non sto a fare spoiler), peccato che poi il libro continui inutilmente per altre 100 pagine.

“Capitani oltraggiosi”, Joe R. Lansdale: 3/5. Hap e Leonard in trasferta in Messico si trovano coinvolti in una storia di mafia messicana, di vecchi lupi di mare che sembrano Santiago de Il vecchio e il mare e belle donne latine.
La squadra di amici questa volta è al completo: Charlie, Hanson, il mitico Jim Bob, Brett. I personaggi nuovi sono tutti deliziosi, eppure manca qualcosa. Questo Messico non convince, questo cattivo nemmeno.
Tornate in Texas, Hap & Leo, che il Messico non vi si addice e porta solo guai.
Niente spoiler ma vi avverto: perderemo uno dei miei personaggi preferiti. Peccato.

“Una storia semplice”, Leonardo Sciascia: 5/5. Poliziotti e preti, e malavita organizzata. Una storia semplice. Anzi, più che semplice, quotidiana.

“Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia: 5/5. Questo romanzo breve di Sciascia, forse il suo lavoro più celebre e apprezzato, è del 1960. La Mafia non esisteva, secondo lo Stato. Sono passati 50 anni eppure molte cose non sembrano cambiate. Dalla censura alla politica, al quieto vivere preferito alla giustizia. Sono passati 50 anni e le cose, per certi versi, sembrano addirittura peggiorate.
Dalla nota finale: “In Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio. Gli Stati Uniti d’America possono avere, nella narrativa e nei films, generali imbecilli, giudici corrotti e poliziotti farabuti. Anche l’Inghilterra, la Francia (almeno fino ad oggi), la Svezia e così via. L’Italia non ne ha mai avuti, non ne ha, non ne avrà mai. Così è.”
Dall’appendice al libro: “Ho scritto questo racconto nell’estate del 1960. Allora il Governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava. La seduta alla Camera dei Deputati rappresentata in queste pagine, è sostanzialmente, nella risposta del Governo ad una interrogazione sull’ordine pubblico in Sicilia, vera.”

“Salam, maman”, Hamid Ziarati: 4/5. Arrivo a “Salam, maman” dopo “Il meccanico delle rose” e non posso che notare le differenze di stile fra l’opera prima di Ziarati e il suo secondo romanzo. In “Salam, maman” il freno a mano è tirato, sia nella narrazione che nello stile. La forma sembra passata in lavatrice per essere depurata da ogni fronzolo stilistico superfluo. Questo non avviene nel secondo libro, forse per maggiore libertà data all’autore o per meno interferenze di editor, agenti, correttori di bozze e altro. Lasciamoli liberi, dunque, ‘sti scrittori. Lasciamoli sfogare.
Allo stesso tempo, potrebbe benissimo essere il contrario: che Ziarati sia stato spinto ad arricchire stile e narrazione perché “così c’è qualcosa che non va”. In sostanza, “Salam, maman” merita una stella in meno: “Il meccanico delle rose” è tale e quale al primo, ma con l’aggiunta dei colpi di scena e con più personalità.

“Attenti al gorilla”, Sandrone Dazieri: 4/5. A parte qualche racconto, di Sandrone Dazieri ho letto innanzitutto le prime due pagine de “La bellezza è un malinteso”.
Le ho trovate perfette, nello stile, nelle descrizioni, nella tensione e nelle aspettative che Dazieri ha saputo mettere in 40 righe.
Da lì, ho vinto la mia ritrosia nei suoi confronti e ho preso “Attenti al gorilla”. Lo ammetto, non mi fidavo. Non mi fidavo della doppia personalità, che reputavo una trovata senza senso, ma soprattutto non mi fidavo di un personaggio che si chiama come l’autore, Sandrone Dazieri.
Non avete idea di quanto sia stato difficile da superare questo ostacolo. Poi mi sono convinto e ho letto il primo libro.
La poesia, la perfezione stilistica di quelle due pagine de “La bellezza è un malinteso” non le ho più trovate. Ho trovato al loro posto una voce asciutta e diretta, capace di tenerti incollato alla lettura e in grado di motivare alla perfezione la doppia personalità del protagonista. Ho trovato un protagonista che si fa amare con il passare delle pagine e un alter-alter ego (il Socio) che si fa amare allo stesso modo, pur restando sempre nell’ombra.
A parte l’atipico protagonista, una storia tutto sommato tradizionale: l’omicidio di una ragazza di famiglia alto-borghese e un punkabbestia innocente ma schiacciato dalle prove contro di lui. Sandrone (sia lo scrittore che il protagonista) si muoverà nei suoi ambienti e contatterà qualche vecchio amico per scoprire cosa si nasconde. Il finale è un po’ contorto ma la risoluzione dell’enigma è tutto sommato sensata.
Insomma, per farla breve, a me questo Gorilla è piaciuto.

“Torino esoterica”, Renzo Rossotti: 2/5. Vorrei (e potrei) dargli tre stelle ma opto per due, anche perché altrimenti la libreria sarebbe una sfilza infinita di tre-quattro stelle.
Questa “Torino Esoterica” delude per moltissimi motivi. Innanzitutto l’introduzione, quasi a voler mettere le mani avanti e a dire: “beh, ragazzi, esoterica si fa per dire. Dipende sempre cosa intendi per esoterica”. Insomma, un’introduzione che smentisce e giustifica il titolo.
Poi, i contenuti: un altro motivo per dare due stelle è la poca originalità degli argomenti trattati. L’impressione è che buona parte del libro non sia “originale” ma sia la riproposizione di alcuni capitoli presenti in vecchi tomi dello stesso autore. Alcuni capitoli paiono articoli di giornale copiati e aggiornati nelle forme verbali.
Infine pare che da metà libro in poi il libro manchi di una revisione esterna. Qualche periodo illeggibile, qualche punteggiatura a caso, qualche errore di battituta lasciato lì.
L’impressione dopo la lettura è che, alla fine della fiera, Torino non sia poi così esoterica come la si dipinge. Una città, a dispetto di quel che si crede, piuttosto normale.

Marco Galli dice in diretta la fine di Lost

27 maggio 2010


Che fosse un programma del cavolo lo si può capire dalla posizione in classifica del libro di Marco Galli. Tutto Esaurito, che mio malgrado ascolto tutte le mattine andando in ufficio, oggi ha toccato il fondo. Marco Galli e quell’emerito imbecille di Pizza, questa mattina alle 8:20, hanno rivelato in diretta radio il finale di Lost. Per fortuna dei telespettatori, quel che hanno detto non è totalmente vero, o totalmente rilevante.
Tranquillizzatevi, dunque, cari amici che dovete ancora vedere l’ultima puntata. Per sicurezza, però, datevi una mossa. E spegnete la radio, non solo tv, computer e giornali. :)

I libri sono troppo cari. Punto.

13 maggio 2010

Ne parlavo proprio ieri con alcuni miei amici e scopro che il problema sembra essere sentito da più parti nella rete. Anche se nei vari casi riscontrati i sintomi sono diversi, tutti condividono la stessa conclusione: i libri in Italia costano troppo.
QUI Roberto Recchioni accusa l’Einaudi di far pagare troppo il nuovo libro di Elmore Leonard. Condivido, ma faccio una piccola obiezione di poco conto. Benché l’aspetto sia quello di un libro di edizione economica, rimane la prima edizione italiana del libro e i 18 euro non mi sembrano esagerati. In quanto novità, anche si di qualità insufficiente, ci può stare. Non mi fa impazzire ma ci può stare. Se proprio non vuoi spenderli aspetti l’edizione economica.
Io per l’edizione economica di Gomorra ho aspettato 4 anni (qui ci sarebbe da aprire un altro lungo discorso ma per ora basta dire che quattro anni a prezzo pieno sono un furto ben più grande di quello di Leonard).
Gli Stile Libero Einaudi, così come le Strade Blu Mondadori e molte -moltissime- altre collane, per la qualità di rilegatura e per quel che ti danno, costano troppo. Vogliamo parlare di uno dei successi degli ultimi anni? Uomini che odiano le donne, Marsilio, mole immane di pagine, 21 euro. Sì, peccato che la copertina sia spessa come una normale pagina e la qualità sia piuttosto bassa. Nel caso abbiate la possibilità di sfogliare un catalogo di cartonati (tipo Euroclub o Club per Voi) scoprirete che ve lo potete portare a casa a 9-10 euro con una vera copertina rigida e rilegatura a filo. Vogliamo parlare dei Sellerio a 13 euro che si smontano prima della fine della lettura? Vabbè, stendiamo un velo pietoso e passiamo oltre, perché per ora si è parlato solo di libri relativamente nuovi. E, come detto prima, il prezzo alto ci può stare proprio perché “novità”.
Sui libri vecchi l’amico TFM aveva scritto questo post, che a mio parere mostra un lato ancora peggiore perché va a colpire soprattutto i lettori forti (che di soldi alle librerie ne lasciano già molti).
A riguardo, possiamo ragionare un attimo sui prezzi e fare qualche controllo incrociato. Prendiamo ad esempio quattro libri: un italiano, un francese, uno spagnolo e un inglese. Confrontiamoli nei quattro mercati di riferimento, ovviamente basandoci sul prezzo di copertina e non sugli sconti. I titoli li ho scelti a caso, mischiando nuovi e vecchi, e scegliendo sempre la versione più economica.
Carlos Luis Zafon – L’ombra del vento: Fr: 7,60, Es: 10,95, It: 13, Uk: 9.1.
Agatha Christie – Dieci piccoli indiani: Fr: 4.94, Es: 7, It: 8, Uk 8 .
Umberto Eco – Il nome della rosa: Fr: 6.61, Es: 9.95, It: 10, Uk: 10,27 (e l’hardcover a una sterlina in più).
Fred Vargas: Fr: 7.22, Es: 9.95, It: 12.50, Uk: 9.13.
Quanti libri leggete al mese? Quattro? Otto? Ecco, il totale per l’Italia è impietoso. Guardate quanto spendereste per i quattro libri sopra riportati. Fr: 26.37, Es: 37.85, It: 43.5, Uk: 36.5. Questo, francamente, lo trovo ingiusto. Perché non fare una bella tavola rotonda a riguardo al Salone del Libro che inizia oggi a Torino?

Clifton Pollard

11 maggio 2010

Clifton Pollard scavò la fossa di John Fitzgerald Kennedy. Andò a lavorare di domenica per farlo. Sai perché lo so? Jimmy Breslin fu l’unico in America che pensò di parlargli. E poi scrisse uno dei miei articoli giornalistici preferiti di sempre.

Ben Urich, Iron Man n. 7, dicembre 2008.

Addio alle armi

7 maggio 2010

Qualcuno forse lo saprà già. Non sono più giornalista. Lo sono in quanto il tesserino è ancora nel portafogli e continuo a collaborare con testate di vario genere, però ora è tutto cambiato. Non faccio più il giornalista dalla mattina alla sera, ma ho un lavoro che con il giornalismo e la comunicazione non c’entra nulla.
Cazzo, non l’avrei mai detto. Arrivi ad un certo punto e pensi che da lì in poi non potrai che migliorare, che andare su. Vai dove vanno i giornalisti che contano, senza doverti sorbire l’ennesima sagra paesana. Vai a vedere le partite che contano, senza doverti consumare gli occhi in un torneo di Giovanissimi Fascia B. Vai in mezzo ai big, tra Mediaset e Rai, e ventimila tv e ventimila corrispondenti dei più noti giornali italiani e stranieri e dici “cazzo, finalmente ci sono”. Ti butti in mezzo a loro con deferenza, loro ti salutano cordialmente e tu contraccambi in modo educato. “Cazzo, si ricordano di me” pensi. Di fianco a te hai Mario Calabresi. Lo guardi. Guardi il badge che porta al collo, “eh, ce l’ho uguale – pensi – che figo”.
Arrivi fino a un certo punto e poi…
E poi basta.
Poi ti accorgi di avere quasi 27 anni e di guadagnare troppo poco per la tua età. Pensi al futuro, pensi alla tua meravigliosa ragazza e vorresti poter vivere normalmente, non dico senza problemi ma almeno con qualche soldo in tasca utile a mettere uno dopo l’altro i mattoni di casa. Ma a fare il giornalista, questi pensieri non li puoi fare. Io, che alla soglia dei 27 anni prendevo un terzo dell’amico Sundance Kid bancario, mi consideravo (e mi considero) un giornalista fortunato perché mi alzavo al mattino, andavo a fare il giornalista e a fine mese ricevevo lo stipendo (misero, ma pur sempre stipendio) per averlo fatto “di mestiere”. Questo traguardo sono pochi a poterlo raggiungere. Molti, scoraggiati, si fermano alle collaborazioni a basso costo. Un po’ perché capiscono quanti pochi soldi ci siano in giro, un po’ perché non trovano di meglio. Altri riescono a raggiungere gli alti livelli agognati ma lo fanno, causa forza maggiore, solo per un breve periodo (che tradotto in italiano significa: “contratto a tempo determinato, entri gratis a La Stampa ed esci dopo tre mesi” o “entri in tv locale, presenti tg e trasmissioni di approfondimento e dopo sei mesi alzi i tacchi e te ne vai”).
“Ma tu vuoi ancora farlo il giornalista?” mi chiedono. “Non lo so”, rispondo. Non lo so. Sto attraversando una crisi mistica e osservo il mondo cambiare sotto i miei occhi. Osservo la nascita di nuovi media e nuove tendenze che neanche pensavo potessero esistere, mentre il giornalismo rimane sempre quello del vecchio stampo, recalcitrante, diffidente verso le nuove tecnologie, ottuso anche quando tenta la via dell’innovazione. Non lo so. Per il momento faccio altro, vado a pescare e mi siedo sulla riva del fiume.

Un Cota dopo l’altro: episodio 2

3 maggio 2010

Diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Cota quel che è di Cota. Nonostante i magheggi politici e le spinte del Popolo delle Libertà, Roberto Cota ha mantenuto la promessa elettorale e ha diminuito gli assessori regionali. Le nomine non sono delle migliori, ma anche al giro precedente, con la Bresso, c’erano delle facce piuttosto terrificanti. Non c’è bisogno di dirvi quali. Alcune sono ancora lì in giro.
Poi, vabbè, ci sarebbe da criticare la scelta – come Bresso – di far dimettere i consiglieri diventati assessori, ma ormai s’è capito che è una prassi da entrambe le parti, per consentire a più persone di occupare le poltrone del potere.