Ventennio #6 – Pegasus
Il racconto “Ventennio” continua con la sesta parte.
Un mese fa, al nostro primo giorno di scuola, Oscar Macchiavelli mi ha guardato storto, esattamente come successe nella mia precedente vita. Per sei mesi Oscar rimase in classe con noi, poi lo spedirono in una scuola privata e per i restanti cinque anni delle elementari non lo vedemmo più. Però quei sei mesi erano stati terribili. Io ero il piccolo e magro ragazzino, lui era il grande e grosso bullo di periferia. Quello sguardo quando avevo varcato la porta dell’aula significava solo una cosa: “sei la mia preda”. Ecco, lo sguardo si era riproposto senza variazioni di sorta anche in questa seconda vita. Forse un sopracciglio leggermente più alto.
Intorno ai diciott’anni, seppi che Oscar era diventato un tossicodipendente che andava a rubare nelle case delle vecchie del paese, ma quello era un problema a cui avrei potuto metterci una pezza più in là nel tempo. Ora avevo altro a cui pensare. Dovevo difendere la mia merendina. Il mio saccottino al cioccolato ricoperto dal nylon della Mulino Bianco.
C’è però una differenza sostanziale tra questa vita e l’altra: innanzitutto ora so che quando ti picchi da bambino, i pugni non fanno male (non tanto quanto quelli che ci si tira da adulti); e, seconda cosa, ma non meno importante, e che io so cose che lui ancora non sa, tipo che se ti tiro un pugno lì in mezzo, proprio dove le gambe s’attaccano alla pancia… beh… fa male, molto male. Ma noi a quest’età qui mica lo sappiamo. A malapena sappiamo fare la pipì senza l’ausilio dei genitori, tutto il resto è ancora da scoprire.
Il secondo giorno di scuola andò secondo copione, esattamente come nella mia prima vita. Come in un classico film per teenager, Oscar venne vicino al mio banco e mi chiese il pizzo: la merendina in cambio di “protezione”. Mi alzai in piedi. Oscar era almeno dieci centimetri più alto di me. Prima che potesse aprire bocca, il mio destro si infilò tra le gambe del mio avversario e iniziò a trivellare come le talpe meccaniche che fanno i tunnel per la metropolitana che per almeno dieci anni Torino non vedrà. Zac! La mia mano si strinse in una morsa d’acciaio e il massiccio Oscar s’incurvò fino a diventare più basso di me.
Non era finita. No. Dovevo vendicarmi di tutte le merendine che quel grandissimo pallone gonfiato si era mangiato a spese della mia paura, anche se era successo in una vita precedente. Ora che era più basso di me, mollai la presa e con il palmo della mano sinistra gli tirai uno schiaffone sulla guancia. In un primo istante avevo pensato a un pugno, ma non volevo fargli troppo male. Sono troppo buono, persino quando sono in una rissa.
Lo schiaffone fece più danni del previsto: Oscar barcollò, poi crollò sul mio banco, ma l’impatto con la mia mano era stato così forte che l’energumeno dalle guanciotte rosse scivolò su tutta la superficie del tavolo fino al limite opposto, cadendo rovinosamente col culo per terra.
Metà della classe rise per la figura da peracottaro che si era fatto il bullo alle prime armi, con una brillante carriera da teppista distrutta dal mingherlino sottoscritto; l’altra metà della classe rimase in silenzio, alcuni addirittura con la bocca aperta. Tutti ad osservare la mia forza bruta che era stata in grado di stendere un tipo più grosso e più alto di me in pochi secondi.
Capii che il mio atteggiamento da Karate Kid era troppo adulto e ci misi una pezza. Alzai un braccio al cielo e gridai “FULMINE DI PEGASUSSSS!” Riacquistai la mia fanciullezza.
Anche la metà della classe che era rimasta seria si mise a ridere. In soli due giorni, ero diventato il mito della classe. E pensare che la mia intenzione era di tenere un basso profilo.


