Dio salvi la Regina

29 agosto 2009

È da tanto che non tediavo voi amichetti con i miei sogni, vero? Verissimo.
Oggi vi tocca. Questo sogno l’ho fatto in Sardegna, probabilmente dopo una scorpacciata di buonissimi culurgiones accompagnati da mirto, cannonau e seadas.

Volevo la secessione dall’Italia. Già. Ero diventato una sorta di leghista, ma non leghista della Lega Nord -no, troppo facile-. Ero diventato un leghista della Gran Bretagna. Volevo la secessione dall’Italia per far diventare il mio chilometro quadrato personale un’enclave inglese.
Il Governo Italiano l’idea della secessione non l’ha però presa molto bene e m’ha dichiarato guerra. Armato solo della mia volontà, salgo su una Due Cavalli scassata in compagnia di Bianconiglio e di LinLin, entrambi coinvolti nella mia fissa di secessione ma non molto convinti, e vado incontro al nemico, all’Italia.
“Viva la Regina!” urlo dal finestrino. “Viva”, fanno loro due, ma dal tono della voce capisco che il primo avrebbe preferito essere su una pista di atletica a sgambettare e la seconda in un H&M, magari quello di via Roma.
Arrivati in un’enorme piazza, scendiamo dalla Citroen e guardiamo l’esercito nemico. Una fila quasi infinita di soldati savoiardi del Regno di Sardegna, metà a cavallo e metà in carro armato. Un cavaliere attraversa i regimenti per verticale, tenendo con la mano sinistra le redini e con la mano destra un’enorme sciabola dall’elsa elaborata e la lama verso il cielo. Sta facendo segno ai soldati di prepararsi all’attacco e noi tre sappiamo che, appena sarà uscito dalla piazza, le truppe italiche ci salteranno addosso in un secondo.
“Sicuro di volerlo fare?” mi chiede Bianconiglio.
Io rifletto. “Sì”, gli vorrei rispondere. Ma, guardando meglio le giubbe grigio-verdi degli avversari, capisco che non c’è storia e se non m’arrendo sarò soltanto l’ennesimo idealista Pisacane.
“Vabbè, vah. M’arrendo”.
“Bravo”, mi dicono.
Loro risalgono sulla macchina. Io m’allontano a piedi. “Pazienza” penso. “Sarebbe stato bello”. Tiro un calcio a un ciottolo e me ne vado noncurante dei soldati, tutti ancora fermi ai loro posti. Poi mi sveglio. La Secessione non è riuscita.

Crederci sempre, arrendersi mai

24 agosto 2009

I misteriosi venti del destino mi hanno messo in mano un manoscritto di prossima pubblicazione per una piccola casa editrice che, seppur piccola, paga i propri autori e distribuisce abbastanza bene.
Il manoscritto sarà pubblicato, questo è sicuro, ma la versione che ho fra le mani deve ancora passare da editor e correttori di bozze.
L’ho letto. Tutto.
Ecco, dopo aver letto e riletto le quasi trecento pagine, posso dare spassionatamente un consiglio a tutti gli aspiranti scrittori.
Non arrendetevi. Non scoraggiatevi. Dopo quello che ho visto, tutto è possibile.

Ventennio #8 – L’Orsa

14 agosto 2009

Mia madre mi aveva iscritto alla piscina vicino a casa e io, questa volta, fui molto felice di andarci. Sapevo già che mi sarei divertito, ma soprattutto sapevo già che avrei incontrato alcuni miei futuri buoni amici e quella che sarebbe diventata la mia prima cotta.
Nel “vecchio” 1990, Elisa Spada l’avevo conquistata al chiaro di luna. Avevo sette anni e già riuscivo a conquistare le donne al chiaro di luna. Non fu una vera e propria fidanzata, perché dopo il primo e unico schifosissimo bacio ci eravamo subito lasciati. Per noi bimbetti di prima elementare, non sembrava così bello baciarsi sulla bocca.
Avevamo appena finito la prima lezione di nuoto e ricordo che le dissi: “Elisa, guarda lassù” e le indicai il grande carro. “Quella costellazione si chiama Orsa Maggiore”.
Lei mi chiese se sapevo come si chiamavano le singole stelle e rammento come se fosse ieri che, per non far figuracce, avevo risposto sì e le avevo inventato sette nomi senza senso. Poi, indicando quella più luminosa, le avevo detto con occhi da cerbiatto innamorato: “Ma quella più luminosa, se vuoi, la potremo chiamare Elisa”.
“È questo l’amore per te?” mi chiese.
Io le risposi “Sì”. E lei mi diede un bacio. Avevamo sette anni.

Nel mio secondo 1990, le cose non andarono esattamente così.
Ci ritrovammo nello stesso identico posto. Lei era vestita nello stesso identico modo. Io no, ma non importa.
“Elisa, guarda lassù” e le indicai il grande carro. “Quella costellazione si chiama Orsa Maggiore”.
Lei sorrise. “E le singole stelle hanno un nome?”
Anni di astronomia dilettantistica fecero sì che questa volta i nomi li dicessi giusti: “Alioth, Dubhe, Alkaid, Mizar, Merak, Phecda”.
“Wow” rispose lei. Poi io ricalcai la vecchia frase ad effetto che aveva già conquistato una volta la bambina: “Ma quella più luminosa, se vuoi, la potremo chiamare Elisa”.
“È questo l’amore per te?”
Non riuscii a resistere e citai uno dei miei film preferiti: “Moltiplicalo all’infinito, portalo negli abissi dell’eternità e vedrai appena uno spiraglio di ciò che parlo.”
Elisa rimase a bocca aperta, poi, inaspettatamente mi rispose: “Stefano, mi hai appena citato Vi presento Joe Black…”
Era il 1990. Avevamo sette anni. E Joe Black ancora non esisteva.

Ventennio #7 – tredici febbraio

9 agosto 2009

Dai diari di Stefano.

“Quanto costano le tue caramelle?” chiese mia madre.
“Un euro” risponsi istintivamente. Le goleador gusto cocacola le prendo ora come a 25 anni.
Il tabaccaio e mia madre mi osservarono e io mi accorsi di aver detto la parola euro, più di dieci anni prima che entrasse in vigore.
“Che?” chiese mia madre. Eravamo nel 1990 e di Euro non se ne era mai parlato. Qualcuno sapeva cosa fosse l’Ecu, ma nessuno credeva veramente che avrebbe potuto divenire realtà. Andare in Grecia e pagare con la stessa moneta di casa tua? Naah, impossibile. Alcuni temevano ancora un’invasione della Russia nonostante la caduta del muro di Berlino di pochi mesi prima. La Germania sembrava molto più lontana di quel che invece è.
Ogni tanto qualcuno mi guardava come se fossi un mostro. Probabilmente non riuscivo a tenere le corazze alzate per tutto il tempo e per brevi tratti fuoriusciva il venticinquenne che era in me. Una delle persone che sicuramente aveva intravisto qualcosa era la maestra di italiano. All’inizio del ’90 i genitori furono convocati per l’incontro con i maestri e la Parisi, anziana maestra di geografia, storia e italiano, disse a mia madre che a volte sembrava che io sapessi cose che non avrei dovuto sapere. L’area del quadrato, la metrica delle poesie, l’autore del Passero solitario, dove si trovava la città di Krasnojarsk. No, un bambino non poteva sapere determinate cose. Non prima che gliele avessero spiegate.
La vita, per il resto, procedeva con alti e bassi, con una noia infinita ma con tante interessanti letture pomeridiane. Fino al giorno in cui la mia seconda vita iniziò ad avere un senso.
Il 13 febbraio 1990. Un martedì.
La mia prima lezione di nuoto.

Ventennio #6 – Pegasus

3 agosto 2009

Il racconto “Ventennio” continua con la sesta parte.

Un mese fa, al nostro primo giorno di scuola, Oscar Macchiavelli mi ha guardato storto, esattamente come successe nella mia precedente vita. Per sei mesi Oscar rimase in classe con noi, poi lo spedirono in una scuola privata e per i restanti cinque anni delle elementari non lo vedemmo più. Però quei sei mesi erano stati terribili. Io ero il piccolo e magro ragazzino, lui era il grande e grosso bullo di periferia. Quello sguardo quando avevo varcato la porta dell’aula significava solo una cosa: “sei la mia preda”. Ecco, lo sguardo si era riproposto senza variazioni di sorta anche in questa seconda vita. Forse un sopracciglio leggermente più alto.
Intorno ai diciott’anni, seppi che Oscar era diventato un tossicodipendente che andava a rubare nelle case delle vecchie del paese, ma quello era un problema a cui avrei potuto metterci una pezza più in là nel tempo. Ora avevo altro a cui pensare. Dovevo difendere la mia merendina. Il mio saccottino al cioccolato ricoperto dal nylon della Mulino Bianco.
C’è però una differenza sostanziale tra questa vita e l’altra: innanzitutto ora so che quando ti picchi da bambino, i pugni non fanno male (non tanto quanto quelli che ci si tira da adulti); e, seconda cosa, ma non meno importante, e che io so cose che lui ancora non sa, tipo che se ti tiro un pugno lì in mezzo, proprio dove le gambe s’attaccano alla pancia… beh… fa male, molto male. Ma noi a quest’età qui mica lo sappiamo. A malapena sappiamo fare la pipì senza l’ausilio dei genitori, tutto il resto è ancora da scoprire.
Il secondo giorno di scuola andò secondo copione, esattamente come nella mia prima vita. Come in un classico film per teenager, Oscar venne vicino al mio banco e mi chiese il pizzo: la merendina in cambio di “protezione”. Mi alzai in piedi. Oscar era almeno dieci centimetri più alto di me. Prima che potesse aprire bocca, il mio destro si infilò tra le gambe del mio avversario e iniziò a trivellare come le talpe meccaniche che fanno i tunnel per la metropolitana che per almeno dieci anni Torino non vedrà. Zac! La mia mano si strinse in una morsa d’acciaio e il massiccio Oscar s’incurvò fino a diventare più basso di me.
Non era finita. No. Dovevo vendicarmi di tutte le merendine che quel grandissimo pallone gonfiato si era mangiato a spese della mia paura, anche se era successo in una vita precedente. Ora che era più basso di me, mollai la presa e con il palmo della mano sinistra gli tirai uno schiaffone sulla guancia. In un primo istante avevo pensato a un pugno, ma non volevo fargli troppo male. Sono troppo buono, persino quando sono in una rissa.
Lo schiaffone fece più danni del previsto: Oscar barcollò, poi crollò sul mio banco, ma l’impatto con la mia mano era stato così forte che l’energumeno dalle guanciotte rosse scivolò su tutta la superficie del tavolo fino al limite opposto, cadendo rovinosamente col culo per terra.
Metà della classe rise per la figura da peracottaro che si era fatto il bullo alle prime armi, con una brillante carriera da teppista distrutta dal mingherlino sottoscritto; l’altra metà della classe rimase in silenzio, alcuni addirittura con la bocca aperta. Tutti ad osservare la mia forza bruta che era stata in grado di stendere un tipo più grosso e più alto di me in pochi secondi.
Capii che il mio atteggiamento da Karate Kid era troppo adulto e ci misi una pezza. Alzai un braccio al cielo e gridai “FULMINE DI PEGASUSSSS!” Riacquistai la mia fanciullezza.
Anche la metà della classe che era rimasta seria si mise a ridere. In soli due giorni, ero diventato il mito della classe. E pensare che la mia intenzione era di tenere un basso profilo.