Archivio per il giorno aprile 8th, 2009


I diari di Mussolini

Postato da Quad il 8 aprile 2009

Marcello Dell’Utri va ancora in giro per l’Italia a raccontare quella storia dei diari di Mussolini, benché tutti gli continuino a ricordare che sono solo carta straccia.

Shame on you, giornalista anonimo di Irpinia News.
Edit. PS. Notate la chiusura dell’articolo. E poi dicono che sono fazioso…

La foto è tratta da Irpinia News.

Io sono leggenda

Postato da Quad il 8 aprile 2009


Era nato sotto una cattiva stella, questo l’aveva già capito.
Febbraio. Un caldo boia.
Un piccolo raggio di sole puntava dritto su di lui e sui 96 fratelli, ma lui, per qualche misteriosa ragione, la schiusa la fece con mezzora di ritardo rispetto agli altri. Quando i suoi rotondi occhi videro il mondo, il suo corpo larvale avrebbe voluto gridare “Sono qui!” ma, a differenza di quel che pensava quando dormiva nell’uovo, la sua nascita passò totalmente inosservata. I suoi 96 fratelli non c’erano più. Spariti. Volatilizzati.
Quel piccolo agglomerato d’acqua, ricco di sostanze nutrienti, era improvvisamente deserto. Lui era l’ultimo rimasto: un esemplare ancora allo stato larvale di zanzara Aedes aegypti, cugino primo della più nota zanzara tigre.
Era l’unico sopravvissuto della sua nidiata.
Il salutare raggio di sole che illuminava la sua pozza d’acqua sporca lo fece crescere con rapidità. Il piccolo, dopo sole 40 ore, abbandonava l’età dell’infanzia e abbracciava la vita adulta, trasformandosi da larva a pupa e infine in vera e propria zanzara.
“Ah! Le alette!” E si bullava con i granelli di polvere e i ciuffi di muschio, ché di altri insetti come lui da prendere in giro non ve n’era traccia. “Io ho le ALETTE – diceva – Non è da tutti avere le alette. Eggià”.
E svolazzava e atterrava, e planava e stava appeso come una ventosa. Poi l’età adulta si fece sempre più pressante e dopo altri due giorni passati a oziare e succhiare dai muri, all’improvviso il suo corpo sentì il bisogno di altro.
No, non di sangue. Solo le zanzare femmine si nutrono di sangue, e lo fanno per poter dare energia e nutrimento alle loro uova. No, il piccolo zanzarino maschio sentiva una voglia matta di femmine. Le sue antenne si drizzarono e il suo organo di Johnston iniziò a sondare l’etere in cerca di altri esemplari della sua specie.
BIP, BIP, BIP. Sul radar non compariva nulla e la zanzara fu costretta a muoversi sempre più lontano.
“Ma dove diavolo sono tutte? E dove sono gli altri maschi?”
Una cinquantina di generazioni fa, i suoi avi erano migrati dall’Africa mediterranea e avevano attraversato il mare, ma lui continuava a sentirsi africano. “Qui non mi vogliono, l’ho capito da quando sono nato”: seguiva le correnti calde e il mondo che lo circondava divenne progressivamente più freddo. L’estemporaneo calore che lo aveva fatto nascere ora si stava dissipando sotto al gelo ancora pungente del mese di febbraio. Siamo in Inverno, ragazzo. In Inverno le zanzare non nascono. Dormono.
Seguì le correnti e ignaro entrò in una casa degli uomini, quei grandi esseri da cui le femmine estraggono il sangue. Rischiò la vita più volte perché gli uomini lo temevano, ma lui in verità cercava solo l’amore. Solo l’amore. Che non trovava.
Dovette evitare manate e ciabatte, inscenando piroette aeree e tuffandosi nei condotti bui e disabitati.
Ma la vita scorreva in fretta davanti agli occhi stroboscopici della povera zanzara maschio, finché il suo corpo, grosso, maturo e carnoso, iniziò a diventare striminzito, allungato e secco.
La sua lunghissima vita, 12 giorni (un record per la sua specie), la passò a cercare una compagna, e alla fine persino gli uomini non tentarono più di infastidirlo. Volava e annusava, annusava e volava, ma le femmine non c’erano. Era nato troppo presto e la sorte, pure lei, non gli era stata al fianco.
Poi, all’alba del tredicesimo giorno di vita, un essere nero comparve all’orizzonte. Una zanzara. E di fianco ad essa un’altra, e un’altra, e un’altra.
“Ma allora esiste!” urlavano le piccole zanzare ronzanti. “Il grande vecchio esiste!”
L’ormai vecchio e stanco maschio di zanzara non badò a quei piccoli pargoli: erano giovani e tutti maschi. Di femmine, neanche l’ombra. Si allontanò da loro mentre agli organi uditivi percepiva un cucciolo dire: “Si dice che abbia vissuto 13 giorni… ma non è possibile”.
Non aveva la forza di tornare indietro per dimostare al cucciolo che era tutto vero, e tantomeno la forza di chiedergli come facessero gli altri della sua specie a sapere tutte quelle cose su di lui. Ogni residuo di forza vitale era dedicato allo scopo della sua esistenza: trovare una compagna e coronare finalmente il ciclo della vita. Proseguì ancora per ore, poi un BIP.
BIP.
BIP-BIP.
BIP-BIP-BIP-BIP.
L’organo di Johnston sembrava impazzito! Davanti a sé aveva un esemplare femmina di zanzara egiziana.
Sfarfallò più forte e creò, con le sue zampe, elaborate coreografie di seduzione. Distese le antenne e mostrò tutta la sua virilità alla femmina che era sempre più vicina. La zanzara femmina lo notò.
La zanzara maschio, avesse avuto i condotti lacrimali, probabilmente avrebbe pianto. Di gioia.
La felicità pervase il suo corpo. Lo scopo della vita era ormai lì, a un battito d’ali.
La zanzara maschio socchiuse gli occhi, ebbro di desiderio e follia, poi li riaprì e vide che la zanzara femmina era ormai a un solo metro di distanza, poi li richiuse, pazzo di gioia.
Poi morì. Le sue ali s’appoggiarono al suolo e le sue sei zampe svettarono al cielo, rattrappite e immobili come guglie gotiche. La zanzare femmina passò oltre. La leggenda della zanzara maschio di tredici giorni non l’aveva mai sentita.

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