27 dicembre 2008
CAPITOLO 1 – EPISODIO 4
25 dicembre 1987
Oggi è Natale.
Il Natale del 1987 me lo ricordo molto bene. È il primo vero Natale di cui ho memoria e per certi versi sono felice di poter rivivere quei momenti una seconda volta.
Il residuo di ricordi che era riuscito a sedimentarsi e a rimanere nella mia testa fino ai 25 anni, non era di certo l’affetto che provavo per i genitori, o l’affetto che loro provavano nei miei confronti. Il 25 dicembre ’87 lo ricordo solo ed esclusivamente per un materialistico pensiero su quello che avevo trovato sotto l’albero. Uno dei miei giocattoli preferiti.
Il mondo dei giocattoli aveva appena scoperto un nuovo modo per fare colpo sui ragazzi. La multinazionale Hasbro si stava distinguendo per aver prodotto l’unica cosa che ai ragazzi piaceva più di un giocattolo: i cartoni animati. Non dei cartoni animati qualsiasi, ma dei veri e propri spot di 20 minuti che facevano venire l’acquolina in bocca a ogni bambino del mondo.
La Hasbro, negli anni ’80, si era imposta sul mercato invertendo le regole che fino a quel momento erano state la norma. Non produsse dei giochi ispirati ai cartoni animati di successo, ma creò delle vere e proprie serie di successo, studiate a tavolino, ideate e realizzate con il solo scopo di fare soldi con il merchandising, per poter vendere più facilmente ai bimbi del mondo occidentale i suoi elaborati giocattoli.
Nascevano in quegli anni i G.I. Joe e i Transformers, due serie di cartoni animati cult per la mia generazione, che non erano nient’altro che esche promozionali per i giocattoli creati dalla multinazionale.
Io, però, quell’anno non avevo ricevuto né Transformer, né G.I. Joe. Quell’anno avevo ricevuto i loro concorrenti, i M.A.S.K. che però nessuno si ricorda.
Molto meno noti dei loro rivali, i Mask erano a metà strada fra i robot e i soldati della Hasbro: erano soldati come i G.I. Joe, ma avevano la particolarità di guidare automobili che con un click si trasformavano in mezzi militari molto simili ai Transformer.
Ricordo ancora con precisione tutti i modelli che possedevo. L’indiano che guidava il camion Golia, il nero sommozzatore, l’uomo velenoso, l’uomo dei ghiacci, il cartellone pubblicitario con all’interno un cannone, il capo biondo alla guida di una formula 1…
Quell’anno, Natale ’87, ricevetti il mio primo MASK, il sommozzatore nero, che persi qualche mese dopo all’asilo dopo una rocambolesca caduta dall’altalena.
In una fredda mattina di marzo, ero partito di casa con il mio sommozzatore in tasca, ed ero arrivato all’asilo tutto felice. Era la prima volta che contravvenivo alle ferree regole delle suore che dicevano di NON portare giocattoli a scuola.
Delle suore avevo un terrore viscerale, soprattutto di quella con i baffi neri, che per la forma mi ricordavano le ali di uno sparviero. Avevo il costante terrore di essere punito per qualche marachella che avevo combinato (pur non combinando quasi mai marachelle), ma in effetti quella volta venni punito per davvero. Non dalle suore, che non vennero mai a sapere della mia violazione al regolamento, ma dal fato infingardo, dal destino malevolo, che dopo tre mesi da Natale fece precipitare negli abissi delle fogne il mio MASK preferito. Sì, proprio lui: il sommozzatore nero.
L’omino mi scappò di mano e finì all’interno di un tombino, mentre fra le dita mi rimaneva solo il suo casco blu scuro, che tenni per anni e anni e che probabilmente, nel 2008, è ancora in qualche scatolone di casa, impolverato e accatastato con i suoi compagni ancora integri.
Quella sera nella mia precedente vita ricordo che piansi. Fra Natale e l’epifania mi ero fatto la scorta di MASK, ma il nero che avevo perso era il mio preferito. L’armatura azzurrina era decisamente la più accattivante, e il piglio del volto lo faceva sembrare il più severo ed astuto di tutti i miei soldatini.
Piansi ma non mi arresi. La fantasia non si fermava di certo per un ostacolo piccolo come quello. Perdere un giocattolo era solo l’input iniziale per inventare straordinari e nuovi contesti di gioco. In quel caso, ad esempio, continuai a giocarci per diverso tempo e mi inventai che il sommozzatore fosse stato imprigionato da una misteriosa creatura sottomarina, ma che potesse comunicare con i suoi compagni tramite un microfono nascosto nel casco.
E da quel tombino, nelle profondità dell’asilo o in qualche tubo marcio, il mio soldatino nero con armatura blu, che ora scopro si chiamava Hondo Maclean, continuò a dettare i suoi ordini per diversi anni. Almeno per tutto il periodo delle elementari.
Ma torniamo a oggi. È la mattina di Natale e sono pronto ad aprire i regali. Vedo quel piccolo pacco con la carta verde e gli alberi di Natale gialli… e già capisco cosa c’è dentro. Il mio sommozzatore preferito. Questa volta non lo perderò. Giuro. Lo so che il mio cervello da venticinquenne non dovrebbe farmi apprezzare giocattoli di così bassa lega, eppure il ritrovare uno dei miei giocattoli preferiti, spariti per vent’anni, leggermente mi emoziona. Finalmente lo riavrò.
Ma quando le mie mani strappano nervose la carta, la delusione è infinita. Rimango con la carta in una mano e il pacchetto nell’altra, e l’osservo come un uomo guarderebbe un biglietto delle lotteria con neanche un numero vincente. Lo guardo e lo riguardo, quasi sperando che il pacco si possa trasformare sotto i miei occhi, ma non succede nulla e il sommozzatore non compare. In mano ho una macchinina radiocomandata.
Ci potrei scommettere la testa, nella mia vita precedente non l’ho mai avuta.
25 dicembre 1987. Sono qui da 20 giorni e, senza sapere come, ho già cambiato il futuro.
26 dicembre 2008
Cosa penserà il buon vecchio Luigi Simeoni, autore di “Gli occhi e il buio” (2007), della produzione italo-spagnola “Imago mortis” (2008)?
Dopo aver visto il trailer, secondo me sentirà delle voci sibilargli le parole “Plagio! Plagio!” seguite da “Fagli causa! Fagli causa!”
24 dicembre 2008
Secondo Studio Aperto,
il titolo se lo contendono Valentino Rossi e Barack Obama.
23 dicembre 2008
Da Piovono rane di Alessandro Gilioli.
Certo, il problema è Di Pietro
Un tizio tutto lercio e puzzolente si presenta a un ristorante insieme a un amico che invece si è lavato e messo la cravatta.
Il ristorante non li fa entrare.
E il tizio lercio pensa: beh, la prossima volta cambio amico.
22 dicembre 2008
Ospiti di Paola Perego, Roberto Gervaso (ex tessarato P2 e dipendente di Berlusconi), Forattini (vignettista vicino al centro-destra) e Deldebbio (biografo di Berlusconi) cercano di parlare di Veltroni e sinistra in maniera obiettiva (Bwahahahah). Tentano inoltre di riabilitare l’uso della parola Negro al posto di Nero.
Su RaiDue (fra l’altro ospitante un rilucente Clemente Mastella) Marco Mazzocchi e Massimo Caputi sponsorizzano il libro di Cabrini (alla faccia del regolamento deontologico italiano che lo proibisce) e così fa pure Mentana, che decide di dedicare un’intera puntata a Natale a Rio, manco fosse il prossimo candidato all’oscar per il profondo messaggio culturale.
17 dicembre 2008
CAPITOLO 1 – EPISODIO 3
24 dicembre 1987
Innanzitutto una cosa: ho deciso di tenere questo “piccolo” segreto per me e di non rivelarlo ad anima viva. Non posso dire a chi mi sta intorno che sono “un essere venuto dal futuro”. Probabilmente non mi crederebbero e in prima istanza mi porterebbero da psichiatri, psicologi e chissà cos’altro. Come potrei dimostrare che quel che dico è vero? E soprattutto… servirebbe a qualcosa?
Dovrò quindi comportarmi da bambino anche quando questo sarà duro da digerire. Dovrò fare capricci, giocare, correre, cadere. Farmi male? Pure farmi male, ma forse per quello non ci sarà bisogno di fingere. I miei arti sono così piccoli che mi paiono totalmente estranei al corpo, indipendenti. Tutto mi risulta difficile e da quando mi trovo all’interno di questo involucro così delicato sono già caduto due volte dal divano, e persino mangiare è faticoso.
Ma torniamo al discorso principale. Così ho deciso, i miei genitori dovranno rimanere all’oscuro di tutto.
Loro non ne hanno mai sentito parlare, ma io la trilogia di Ritorno al futuro l’ho vista e assimilata: nel caso di viaggi nel tempo (perché di viaggio nel tempo si tratta) è di primaria importanza evitare di interferire con la linea temporale.
Il primo problema nasce però spontaneo. Io non sono Marty McFly. Non sono uno straniero in visita in città o un essere informe che non mangia, non beve e non prende decisioni. Io, per quanto possa cercare di non modificare il futuro, lo modificherò irrimediabilmente, perché l’unico modo, per non cambiare il tempo dal quale vengo, è fare tutto esattamente nel modo in cui è già stato fatto: mangiare lo stesso numero di tortellini, dormire per lo stesso numero di minuti, usare lo stesso numero di quadretti di carta igienica, dire le stesse parole, fare le stesse conversazioni. Tutto esattamente uguale alla mia precedente vita.
Impossibile.
Cosa potrebbe succedere in caso contrario? Non so, se mangiassi un piatto in più di pasta, potrei costringere mio padre ad andarla a comprare un giorno prima del previsto. La sua macchina potrebbe avere un incidente e bloccare la strada per ore, coinvolgendo nell’ingorgo il console americano con un aereo per New York in partenza da Caselle. Il console potrebbe perdere l’aereo e il suo superiore potrebbe decidere di licenziarlo. E fra 15 anni scoprirei che quell’uomo sarebbe stato determinante per la candidatura a presidente di George W. Bush. Per dire.
Ma se ogni mio più piccolo gesto, lieve battito d’ali in Italia, può causare un uragano storico dall’altra parte del mondo, non sarebbe meglio indirizzare i cambiamenti verso una direzione ben precisa? E se alla vigilia dell’undici settembre telefonassi alla CIA? Se cambiassi volontariamente il futuro affinché questo diventi un mondo migliore di quello precedente?
Uff… Ho male alla mano. Benché abbia un cervello da giovane adulto, la mia piccola manina rimane quella di un bimbo di quattro anni che non è ancora in grado di stringere una penna. Il massimo che riesco a fare è impugnare in malo modo un pennarello, e i terribili disegni appesi al muro ne sono la testimonianza. Le mie lettere sono storte e la velocità di scrittura è di una lentezza imbarazzante, ma questo è l’unico modo per fissare i miei pensieri e fare mente locale. E poi, detto francamente, è una delle poche attività intelligenti che mi tocca fare durante la giornata.
Il giorno tipico di un venticinquenne nel corpo di un infante è terribilmente noioso: mattino all’asilo, poche parole con gli amichetti e qualche discussione stupida (l’altra mattina ho litigato con un bimbo perché sosteneva che i millimetri fossero più grandi dei centimetri, poi ho capito come funzionano le cose a quest’età e ho iniziato a sostenere che il chilogrammo è più grosso di un ippopotamo); pomeriggio a casa dei nonni, un po’ di televisione con cartoni animati, mezz’oretta di telenovele con mia nonna e qualche sport nel preserale (pallavolo, bah). Fingo di giocare con i miei pupazzi ma le giornate sono terribilmente lunghe.
A differenza della mia vita precedente, non vedo l’ora di avere sei anni.
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E voi… cosa fareste al posto di Stefano?
11 dicembre 2008
Zac Efron lo trovo bruttissimo. Ma proprio brutto!
Come fate a dire che sia il ragazzo più bello del mondo?!? Capisco Brad Pitt, capisco Johnny Depp, capisco persino un attempato Kevin Costner (che è invecchiato peggio di Connery)… ma Zac Efron proprio no. Brutto. Brutto. Brutto.
PS rot13. Rfcrevzragb. Dhrfgb cbfg r’ ha nggven-ovzobzvaxvn.