Pontechianale

30 luglio 2007

Avrei voglia di scrivere in dettaglio tutto quello che ci è successo di bello e di brutto nel week-end appena trascorso ma per ora mi limito a una sommaria ricostruzione della giornata di sabato, mortale per il fisico e per lo spirito. 190 kilometri con molta salita e poca discesa (contro vento), senza bici da corsa, da un piccolo paesello vicino a Moncalieri fino a Pontechianale, dopo Sampeyre, quasi in Francia, quasi il Colle dell’agnello.
Siamo partiti in 4 alle 8:30. Io, Basty, il Matte e Fabry.
Alle 13:00 eravamo a Venasca (CN) (60 km ca.), dopo aver fatto una breve sosta al mercato di Saluzzo (40 km ca.), aver fatto fare al Basty una capatina nel più vicino bagno (41 km ca.), dopo aver avuto una crisi di fame nera all’altezza di Torre San Giorgio (CN) (35 km ca.).
A Venasca facciamo un sontuoso pranzo. Ora siamo in quattro: il Matte, il Basty, io, Fabry e Ste. Mangiamo, io forse mangio fin troppo. E bevo. Bevo fino a svuotare la riserva idrica di una piccola nazione africana.
Dopo Venasca inizia lenta e implacabile la salita e, ore imprecisate dopo, riusciamo a superare Frassino e Sampeyre. Ste e Fabry mollano e si fanno tirare su dall’ammiraglia di supporto (che passava di lì per caso e andava verso il Colle dell’agnello).
Rimane il gruppo storico di Santiago: io, il Matte e il Basty. Ovviamente qui in salita vale il motto “ognuno per sé e Dio per tutti”. Ognuno sale col suo passo e va per i fatti suoi. Matte, il più allenato e agile, è davanti di parecchio e lo perdo subito di vista. Mi diranno poi che ha avuto qualche problema al cambio ma è riuscito nonostante tutto ad arrivare in un orario decente, 18:30 circa. Dopo di lui, il Basty, che a Casteldelfino si è scolato mezza fontana. Dopo ancora arrivo io. A Casteldelfino ci arrivo con la disperazione negli occhi. Vedo il cartello marrone con la scritta bianca e scopro di aver avuto un’allucinazione. Non c’è nessun cartello, Casteldelfino è un chilometro buono più avanti. Arrivo per davvero a Casteldelfino e scopro che il cartello è davvero marrone con la scritta bianca. Penso quindi che non sono solo un visionario, sono pure un veggente. Parlo con due anziani che mi dicono che Pontechianale è ancora lontano, ho l’mp3 addosso e quando sento Johnny Cash nelle orecchie saluto in fretta i due vecchietti per godermelo. Mi scolo l’altra mezza fontana e vado su, incontro l’ammiraglia (i genitori di Fabry e Ste) che torna a casa e che mi dice che “tanto ormai manca poco”. Manca poco, 4 chilometri, che ai 4 km/h significano ancora un’ora di pedalata, escludendo le mie innumerevoli soste. Davanti a me continuo a leggere “tornanti per 3 km”, ma sti 3 km diventano 6, poi 9, poi non so, non riesco a tenere il conto di quel che mi dice il contachilometri. Di allucinazioni non ne ho più, ma ora il respiro si fa più affannoso e una mela che mi ha offerto Linda mentre salivo mi è rimasta a metà strada tra l’esofago e lo stomaco, e da lì non vuole proprio muoversi. Un po’ come me, sono da tre ore a metà strada tra Casteldelfino e Pontechianale e non voglio, non riesco, a muovermi.
Alla fine, non so come, davanti a me vedo il cartello di Pontechianale. Sono le 19:30. Sono morto. Il sudore mi ricopre tutto, ma essendo ad alta quota ed essendo tardi, il sole si è già nascosto e il sudore è diventato una patina gelida che al minimo alito di vento ti fa congelare.
Sono in ritardo bestiale e inizio ad avere fame. Per la salita, il signor Yumbe, Linrana e la Principessa Alessia, mi hanno raggiunto, deriso e superato (in macchina, sia chiaro). Costeggio il lago. Molto romantico. Vedo un bimbetto tutto mogio con la bici rotta. Mi fermo e lo aiuto a portarla fino a casa sua. Basty arriva a destinazione, dopo un bel po’ arrivo anch’io. Ce l’abbiamo fatta. In macchina Yumbe ha Monopoli. Giochiamo? No, andiamo a dormire, che è meglio. Domani rifaremo altrettanto, ma in discesa.
(Vi metterei una foto, ma non trovo il cavo della macchina fotografica)